Si dice che quando sei in MTB non contano tanto i chilometri fatti quanto le ore trascorse in sella.

 

E se 800 metri di dislivello complessivo su strada sono di una difficoltà relativamente bassa, quando si è sulle ripide colline della Tuscia, per forre e calanche a guadagnare e perdere costantemente altimetria, la questione non è così semplice.

Per chi ama faticare, però, questo percorso offre alcuni degli scorci più affascinanti della Tuscia, boschi incontaminati e resti etruschi, stradoni sterrati e single track tra le pozzanghere e i sassi, borghi nascosti e guadi inaspettati.

Partiamo dalla stazione ferroviaria di Oriolo Romano, per imboccare immediatamente la strada per la Mola: attraversiamo la SS493 e ci ritroviamo in pochi colpi di pedale in una strada di campagna che attraversa i pascoli.

Questa zona è stata risparmiata dalla cementificazione e dall’abusivismo edilizio dell’hinterland romano, conservando una sua spontaneità e le proprie tradizioni agricole, nonché intere porzioni di territorio senza centri abitati o grandi arterie stradali o ferroviarie: e anche se non montagnoso, questa terra rimane aspra e non immediatamente accessibile, argillosa e tufacea, piena di anfratti e nascondigli. Lo sapevano bene gli Etruschi che l’abitarono e la scavarono per i loro insediamenti, e le cui vestigia sono ancora disseminate qua e là, quasi come se non interessassero che a pochi appassionati.

Il percorso sale e scende senza particolari difficoltà, fino a un ripido tuffo nel bosco che ci fa perdere un centinaio di metri di quota fino al fondo della vallata: ci troviamo alla Mola di Oriolo, una sorgente di acqua sulfurea calda, che sgorga spontaneamente dalla terra in piccole pozze a fianco del fiume.

Tutto intorno, boschi da fiaba e una pozza d’acqua tiepida con tanto di cascata, un vero e proprio locus amoenus virgiliano. Se non si va d’inverno quando le pozzanghere ghiacciano, come abbiamo fatto noi, ma in primavera o estate, è anche possibile fare il bagno e magari accamparsi la notte facendo campeggio libero.

I colori degli alberi e il gorgoglio delle acque sono i migliori compagni di nottata, in questi casi, e anche se ci troviamo a una sessantina di chilometri da Roma e a soli tre chilometri dal paese più vicino lo stato di natura è praticamente assoluto.

Ma è tempo di tornare in sella, ché si è percorsi soltanto tre chilometri e la strada è lunga e impegnativa. Nuove salite su sterrato, la strada si chiude affogando nel bosco per poi dischiudersi all’improvviso in ampie zone pratose che attraversiamo percorrendo single-track. L’andamento altimetrico è nervoso, mai monotono, allenante.

In un territorio come questo è opportuno seguire con attenzione la traccia GPS e non allontanarsi dai sentieri, dato che non ci sono molti punti di riferimento ed è facile perdersi: siamo in un territorio piuttosto selvaggio, utilizzato per il pascolo, ricco di corsi d’acqua e rilievi, e anche se il mare è vicino e la catena costiera dei Monti della Tolfa ci indica la sua direzione, le temperature sono soggette a notevoli escursioni.

Proseguendo, il tracciato alterna tratti aperti a parti boscose e in una di queste dobbiamo affrontare il guado del fiume Mignone: benché l’acqua in questo punto sia bassa, appena pochi centimetri, occorre prestare attenzione alla scivolosità di alcuni punti, e soprattutto a non fermarsi durante l’attraversamento – al quale peraltro si arriva subito dopo una discesa.

Ranch con teschi bovini appesi in puro stile western nostrano, fontanili dimenticati, cavalli al pascolo brado: il paesaggio ama variare di curva in curva, senza regalare niente al ciclista, se non aria pulita e panorami stupendi. Le discese appaiono sempre più brevi dei repentini cambiamenti in salita, e non danno il tempo di riprendere fiato che subito una nuova rampa si profila dietro la svolta successiva, pronta a chiedere il conto.

Ci troviamo a pedalare lungo i confini ovest del Parco Regionale di Marturanum, una zona naturale completamente disabitata dove sono presenti necropoli etrusche come quella di San Giuliano.

Da qui possiamo scegliere se imboccare i sentieri CAI in direzione di Barbarano Romano, dove possiamo riallacciarci al percorso della vecchia ferrovia abbandonata Capranica-Civitavecchia, oppure se seguire la traccia GPS indicata qui, piegando in basso verso Vejano, e tornare alla civiltà.

Dopo tante strade bianche, da Vejano in poi possiamo scegliere se proseguire per altri sentieri fino a Oriolo oppure se riposarci un po’ sull’asfalto per la strada provinciale. Giunti a Oriolo, si pone un’altra scelta, a seconda della stanchezza e del tempo a disposizione: possiamo riprendere il treno di ritorno da dove siamo partiti, oppure seguire la traccia GPS per strade secondarie fino a Bracciano, per un’altra decina di chilometri.

Quest’ultima scelta ci porta su un’antica strada romana, la via Claudia, che dal centro del paese ci porta nei boschi sopra il lago di Bracciano con la sua andatura discendente e il suo fondo sconnesso, per poi attraversare i binari della linea ferroviaria e tramite viuzze asfaltate ma non trafficate entrare a Bracciano dalla strada del cimitero.

distanza: 40 km

  • superficie: misto (sterrato 70%, sassoso 20%, asfalto 10%)
  • dislivello: 799m
  • inizio: Stazione di Oriolo Romano
  • fine: Stazione di Bracciano