Quinta tappa San Potito Ultra Cairano

L’alba nella terra dei lupi ci coglie ancora assonnati e incapaci di intendere e di volere. A causa dei miei panni non ancora asciutti e di una certa tendenza al letargismo, decidiamo di separare il gruppo e di riprendersi più in là.

E così, al suono di “Andate, andate, che tanto ve ripijo a tutti” Massimo e Agnese si avviano, mentre io me la prendo comoda. Laura stoicamente decide di aspettarmi e di perdere le prime ore fresche della mattinata.

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Colazione al bistrot di San Potito, un elegante localetto con pareti dipinte e fiori, dove attiriamo la simpatia e la curiosità di un gruppo di anziani locali.

“E dove ve ne andate?”

“Ad Atene”

“Atena? Atena Lucana?”

Passiamo per le verdi vallate irpine nei primi saliscendi che portano a Parolisi, sedotti dai boschi e dai cartelli che pubblicizzano le sagre del tartufo o del cavatello nei paesi vicini, tutte in giorni in cui saremo già lontani o eravamo ancora lontani.

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Quando si viaggia in linea retta, l’aspetto positivo è che vedi tante cose nello spazio intermedio tra A e B, quello negativo che non riuscirai a fermarti abbastanza per vedere C.

I dislivelli di oggi sono ancor più impegnativi di ieri, e amano mescolare con un certo sadismo strappi violenti e leggiadre discese, con un certo compiacimento bastonecarotistico. Ma tanto il fresco dei boschi ci circonda di tanta bellezza che soffrire la fatica è una perdita di tempo. Risaliamo il fiume Calore per i suoi paesini, certi della bontà delle fonti lungo il percorso.

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Castelvetere – ridente borgo animato da tre o quattro bar sulla piazza principale, vero nodo sociale e politico dell’abitato: anziani e bambini dimenticano i loro ruoli sociali e di prestigio, mescolandosi in un unicum fatto di successi trash e giochi di gruppo.

Castelfranci – La vediamo da sotto, mentre si erge su un’alta rocca, e proseguiamo costeggiando la provinciale. Frattanto Agnese ci fa sapere che si sono fermati a Sant’Angelo dei Lombardi, e che ci aspettano lì per pranzo.

Divorati dalla fame, divoriamo a nostra volta la salita per arrivarci, superando gli ultimi tornanti che portano alla cittadella fortificata. Sant’Angelo ha il triste ruolo di capitale del terremoto d’Irpinia del 1980, nel senso di epicentro col maggiore numero di danni e vittime. Le sue ferite sono ancora presenti, anche se in parte cicatrizzate: per rovinare tanta bellezza ce ne vuole.

Agnese e Massimo ci aspettano a un tavolino di un bar, un paio di birre per annullare ogni parvenza sportiva e si va a pranzo: “Ho prenotato un tavolo a una locanda qui dietro, fidateve che mi ispirava”, dice Massimo con orgoglio.

foto Agnese Sanà

foto Agnese Samà

Le ore calde si protraggono con inesorabile lentezza, i piatti sono squisiti e mastodontici, il vino bianco ghiacciato annulla ogni nostro proposito di rimetterci in marcia. Il fungo porcino e i gamberi trionfano sul Fausto Coppi che è in noi, la lussuria dell’esofago balla sul cadavere dell’ascesi.

Nel frattempo chiamo Antonio, che mi avrebbe ospitato a Lacedonia, e gli dico che probabilmente ci accamperemo sulle sponde del Lago di Monteverde, e che probabilmente avremmo fatto tardi. Oltretutto ci anticipano che ogni sera ha luogo il Grande Spettacolo dell’Acqua, dove viene messa in scena la vita di San Gerardo sulle acque del lago.

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Riusciamo a lasciare il tavolo verso le 5, per lanciarci ancora ebbri in discesa tra i campi di grano e le sculture dedicate alla festa della semina. E ovviamente sbagliamo strada, ritrovandoci in una conca molto più a sud di quanto avremmo dovuto. Ma non ce ne importa molto, l’ebbrezza dei campi di grano nel tramonto sul lago di Cunza e la strada deserta che si snoda sulle colline irpine ci basta, di doman non c’è certezza.

 

E ce n’è ancora meno quando ci ritroviamo piantati su una stradina in salita al 20%, che pare lasciare il corso dell’Ofanto, per poi riavvicinarsi scendendo altrettanto vertiginosamente. Davanti a noi vediamo un paese inerpicato contro ogni legge gravitazionale, addossato sul cocuzzolo di un monte ripidissimo. Ridiamo pensando che non faremmo mai una salita del genere. Si fa sempre più tardi, e le strade indicate da google diventano sentieri che si perdono nella sera imminente.

foto Agnese Sanà

foto Agnese Samà

Ci ritroviamo ai piedi del paese inerpicato a fermare con ignominia le auto in transito. Un ragazzo, vedendoci in quello stato pietoso, ci invita a pernottare su a Cairano – il paese inerpicato acquista finalmente un nome legittimo.

Un paio di telefonate e tramite la proloco del paese otteniamo il permesso di piantare le tende nel campo sportivo. Resta solo da fare la salita di cui ridevamo una mezz’ora fa – che ora sogghigna. Dicevate, scusa?

Luca, il ragazzo inviato dalla Provvidenza, si offre di portare in macchina i nostri bagagli e ci precede in paese.

Con le ultime energie affrontiamo dunque il muro che ci separa dal nostro riposo, guarda caso anche questo al 20%. E solo quando devo alzarmi in piedi sui pedali mentre sto usando il rampichino, capisco che c’è davvero un karma del dio delle salite.

Mi volto un attimo, gli altri tre sono indietro. Faccio ancora qualche centinaio di metri, e me li ritrovo caricati su un pick up di passaggio, con le bici e tutto. La fama del nostro arrivo ci ha preceduto nel piccolo borgo, e pare che destiamo più curiosità del previsto.

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foto Agnese Samà

Laura, Agnese e Massimo mi sorpassano a bordo del pick up, imitando Alberto Sordi con un sonoro “Lavoratoriiii?”

Ma eccoci arrivati a Cairano: il Paese dei Coppoloni è il più alto della sua vallata, e deve il suo nome alle forme tonde che sbucano dalle nuvole quando si ritrova immerso nella foschia, diventando una sorta di isola in un mare bianco. Luca, il nostro Virgilio che ci ha tratto d’impaccio nella palude infernale lì sotto, è un seminarista e studia a Napoli.

Ama il suo paese ed è ansioso di farcelo conoscere, a partire dalla sua famiglia fino all’incredibile spettacolo della Rocca e delle rovine del Castello longobardo, un luogo mistico perennemente battuto dal vento.

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foto Agnese Samà

 

Veniamo accolti con un calore inaspettato, a suon di porchetta e sottoli, di vino corposo come la terra che lo ha prodotto, di pecorino locale. Nel frattempo, Luca ci fa sapere che la signora Angelina, non appena saputo del nostro arrivo, ci tiene a ospitarci in casa propria, sia mai che prendiamo freddo all’aperto. E ancora una volta lontano da casa ritroviamo casa.E finalmente giunge dolce l’oblio, mentre il vento soffia intenso là fuori

 

 Irpinia, la terra dei lupi e il mito dei cacciatori

Trovare miti di riferimento per queste regioni è stato piuttosto difficile: i greci preferivano sviluppare le loro città – e le loro tradizioni – in prossimità delle coste, e benché le regioni d’Irpinia e Lucania siano state a lungo sotto la loro influenza, la documentazione a riguardo è molto scarsa.

La controparte positiva di questo fatto è che le leggende relative all’Irpinia sono ancor più antiche e genuine, dato che discendono da culti preistorici e si fondono anch’esse con la tradizione greca: il mito più radicato riguarda l’origine stessa dei termini Irpinia e Lucania, derivanti dai rispettivi termini sannita e greco che indicano il lupo (hyrpus e lykos).

#romatene-quinto-giorno-san-potito-cairano-balle-di-fieno-in-campo #romatene-quinto-giorno-san-potito-cairano-bici-e-campi-granoChe c’entra il lupo adesso, direte voi, e la domanda è legittima. Questo animale, che qualche decennio fa rischiava l’estinzione ed è recentemente ricomparso su tutto la dorsale appenninica dalla Calabria alla Francia,  un tempo popolava tutta l’Europa ed è alla base delle più antiche tradizioni e riti tribali italici: alla sua figura sono associate svariate leggende di fondazione di città, la più nota delle quali è certamente quella di Roma, ma non l’unica.

E in effetti la storia di Tebe è incredibilmente simile a quella capitolina: anche qui ci sono di mezzo due gemelli non voluti e nascosti, e in un certo qual modo anche un lupo.

Quando Zeus sedusse Antiope, figlia di Nitteo re di Tebe, questa si rifugiò presso il re di Sicione, che la sposò. Ne nacque una guerra che lasciò Antiope orfana del padre e vedova del marito,

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I miti dei cacciatori e degli uomini-lupo nascono proprio nella Preistoria, per spiegare e dare un ordine a una delle più antiche e importanti attività di sostentamento delle popolazioni di queste zone: e il mito serve appunto a dare gli strumenti di comprensione antropologica all’uomo per le sue attività. A questo proposito, lo studioso di mitologia rumeno Mircea Eliade identifica tre casi in cui un popolo poteva essere imparentato con il lupo: innanzitutto, i gruppi di immigranti che combattevano per la conquista di nuove terre, o lupi-guerrieri; in seconda istanza, i fuorilegge e profughi in cerca di asilo,  o lupi-fuggiaschi; infine, gli adolescenti durante il periodo di iniziazione e di preparazione a diventare guerrieri, o lupi-giovani iniziati.

Il punto in comune a questi tre casi è la lotta per la sopravvivenza, la vita di isolamento in luoghi spesso montuosi e inospitali, ma al tempo stesso la protezione di Zeus Lucoreio e Apollo Liceo, o protettore dei lupi.

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Sicuramente Irpini e Sanniti devono essere collocate nella prima delle categorie indicate da Eliade, perché erano popolazioni in continuo movimento e lotta con i vicini precedentemente insediati nell’Italia Centro-Meridionale, e dovevano difendere il territorio conquistato proprio come dei lupi.

 

 

E poi c’è Lacedonia.

Qui, nel profondo dell’Irpinia d’Oriente, esistono i resti di un tempio di Iside.

Queste colonne consunte dedicate a un culto nato in Egitto a prima vista potrebbero stridere col paesaggio aspro e montuoso, più simile a un Western nostrano che ai palmeti sul Nilo. Eppure il sincretismo religioso e i contatti tra un popolo e l’altro, secolo dopo secolo, hanno identificato le divinità delle varie tradizioni sovrapponendole l’una con l’altra: e così esiste un sottile filo invisibile che corre da Iside a Cibele, da Demetra a Cerere, arrivando fino alle Jannare, le streghe del Beneventano. Quello della maternità, della fecondità, della luna: quello della donna.

I miti sono, o meglio sembrano, tutti intrinsecamente maschilisti: c’è sempre un Crono che divora i propri figli nell’assenso forzato della moglie, un Zeus che partorisce dee dal cervello da solo, un Adamo che si deve staccare una costola per crearsi un supporto.

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Ma non è stato sempre così, anzi, la tradizione matrilineare è molto più antica e ancestrale di quanto qualche decina di secoli di repressione androcentrica possano far credere. Iside, la Luna, fa parte di questo filo misterioso: opposta ma non contrapposta a suo fratello Osiride, il Sole, ne è la controparte meno conoscibile e interpretabile, là dove lui è luce e razionalità, lei è ombra e impulso, un po’ come Lilith.

Praticamente tutte le tradizioni mitologiche si sono limitate a includere la sfera femminile nelle varie cosmogonie, senza mai spiegarla: piuttosto, si preferì osteggiare il culto di Iside nella Roma imperiale, come nel caso di Tiberio che fece distruggere i suoi templi, gettare le sue statue nel Tevere e crocifiggere i suoi sacerdoti, o addirittura assimilarne l’iconografia come nel caso della nascente religione cristiana – la Vergine Maria e Iside hanno in comune la postura con l’infante in braccio a simboleggiare la maternità, solo che nel secondo caso si tratta di Horus, nel primo di Gesù.

Nel caso della mitologia greca, la tradizione matrilineare viene rispettata: nonostante le sacerdotesse di Demetra / Iside siano preposte ad iniziare i giovani sposi e le giovani spose ai misteri della vita coniugale, la dea non ha marito.

Ancora giovane e spensierata, diede a suo fratello Zeus un paio di figli, si sa come vanno ‘ste cose, è un attimo, la distrazione, il momento… insomma, per farla breve nacquero Iacco e Persefone: di quest’ultima la storia l’abbiamo già vista qualche giorno e qualche centinaio di chilometri fa, mentre Iacco era un mezzo adolescente pervertito e lussurioso, tutto il padre.

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Ma il desiderio di maternità di Demetra non era appagato: durante la festa per le nozze di Cadmo e Armonia, si appartò col Titano Giasio. Un bicchiere di nettare di troppo – gli dei quando festeggiano non badano a spese – e i due si appartano in un campo di grano arato tre volte.

Al loro ritorno, però, il fratellone geloso nota certi sorrisetti e il fango sui vestiti (rimasti), e non la prende troppo bene: neanche il tempo di pensarci, una saetta e via, Zeus folgora lo sventurato Giasio. Certo pure lui, la prossima volta ci pensa prima di finire a letto con la sorella ed ex-amante del padre degli dei. Fatto sta che Demetra se la lega al dito. I rapporti col fratello-amante si incrinano, come abbiamo visto anche in occasione dei giudizi per la restituzione di Persefone. E quando Pandareo riuscì a rubare a Zeus il suo cane d’oro, la dea ricompensò l’uomo per il furto concedendogli di non soffrire mai più di dolori intestinali.

Ma a parte queste traversie, Demetra è d’animo gentile e gaio: l’unico uomo che abbia mai trattato duramente è Erisittone, che osò invadere il bosco sacro a lei dedicato a Dozio. La dea dapprima si presentò in veste di ninfa, chiedendogli con gentilezza di desistere, ma quando lui la minacciò con la sua ascia, non ce ne fu per nessuno: la pena per Erisittone fu esemplare e maligna, dato che il malcapitato fu destinato a soffrire la fame in eterno, mangiando senza mai saziarsi.

Reportage di Claudio Mancini