Felice Gimondi, “nuvola rossa”, non c’è più. Uno dei ciclisti che hanno vinto di più della storia è scomparso così, come facciamo noi comuni mortali, per un banale malore. Un momento, come non c’è più? Felice Gimondi c’è, eccome. Resterà per sempre un grande, in uno sport che è fatica pura, uno sport che non si gioca. Si gioca a calcio, a pallavolo, a pallacanestro, non a ciclismo. Il ciclismo lo si fa, lo si suda, lo si soffre. Resta piccolo, ma solo nelle biglie di quando eravamo ragazzini e il ciclismo non era ancora uno “sport minore”, come dicono oggi nelle redazioni sportive, ma così popolare che anche noi femmine giocavamo con le biglie dei ciclisti. E volevamo tutte quella con Gimondi.
Ma quello che resterà per sempre di Felice Gimondi è il non mollare mai, la sua tenacia, la perseveranza. Gentile e generoso nella vita, in sella era spietato, in primis con se stesso, e non si è mai arreso alla sfortuna – lui già gradissimo campione – di aver incontrato il più grande di tutti i tempi. E gli ha tenuto testa, sempre, dandogli del filo da torcere ogni volta che ha potuto. Come? Stringendo i denti, tanto che una volta in gara si è rotto la mandibola dallo sforzo.
E’ questo il suo spirito che oggi potrebbe non esserci più, per un banale malore. E invece no. Rimane, negli sportivi veri, nell’esempio che i campioni come lui continuano a dare ai giovani, dai libri o dalle biglie. E lo “spirito Gimondi” continuerà a fare del ciclismo un grande sport. Vero Felice?

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