Magnaborbonica Agrigento

Il nostro undicesimo giorno da Pozzallo ad Agrigento, si è concluso. Oggi, sole, mare e un visita imperdibile della Valle dei Templi.

Giorno 12 – Agrigento, Scala dei Turchi e Valle dei Templi

La giornata è calda, gli obiettivi sono tre:

  1. a) tuffo alla Scala dei Turchi;
  2. b) visita alla Valle dei Templi;
  3. c) pedalare il meno possibile.

Il giorno di riposo

La compagnia si divide a seconda delle inclinazioni personali: io, Giancarlo, Fiorella e Agnese andiamo al mare per lasciarci i Templi al tramonto, Giuseppe visita la casa di Pirandello, Piero dorme in tenda, sfiancato dalla sera precedente, per poi visitare il Museo Archeologico.Pessima mossa: salito ad Agrigento alta, si ritroverà con il copertone scoppiato e la camera d’aria fusa, senza ricambi dietro né negozi aperti. E così, mentre noi

nuotiamo nelle acque cristalline della Scala dei Turchi,

risolverà il problema nell’unico dei modi possibili: tornare a piedi sotto il sole delle due a San Leone, vicino al campeggio, al primo ciclista aperto, e buttare lo Schwalbe squarciato dal caldo tra le imprecazioni.

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La Scala dei Turchi

Definire Scala dei Turchi come un paradiso sarebbe riduttivo: questo a meno che il paradiso non somigli ad un’immensa meringa immersa nel blu, o a un escremento di vacca seccato e sbiancato dal sole d’agosto. Un enorme declivio di granito bianchissimo, abbacinante, punteggiato da tante formiche umane in cerca di selfie per far schiattare d’invidia gli amici su facebook per le loro originalissime ferie. Il bianco avvolge tutto, comprime gli occhi e li riduce a una gettoniera, la luce risalta ogni colore schiacciandolo sul blu del mare.

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Qui incontriamo Rossella, cicloattivista della prima ora insignita del titolo di Santa Graziella, in vacanza in camper con la famiglia. Foto di rito in omaggio alla dea della Casualità: le vie del ciclismo sono infinite, e prima o poi ci si incontra sempre lungo la Strada, che invece è una sola. E’ solo questione di tempo, siamo tutti lì, più avanti o più indietro.

La Valle dei Templi

Dopo un pomeriggio di svacco al campeggio in cui ci laviamo i panni e ci lecchiamo le ferite di tanti giorni di nomadismo, all’imbrunire ci muoviamo per visitare la Valle dei Templi: il sito archeologico più grande d’Europa.

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L’antica Akragas, poi Girgenti e infine Agrigento,

fu una delle più importanti colonie della Magna Grecia lungo la sponda meridionale dell’isola, come testimonia l’imponenza dei suoi templi, conservati in maniera incredibile.

Furono abitanti di Rodi e Creta a fondarla nel 581 a.C.,

e conobbe un periodo di incredibile fortuna fino a quando i Cartaginesi la presero di mira.

Oggi è il Parco Archeologico più grande del mondo

e presenta soprattutto santuari dedicati a divinità ctonie – Demetra, Dioniso, Castore e Polluce – quelle legate alla terra, ai culti misterici e all’irrazionalità, insomma quelle un po’ più borderline rispetto agli dei olimpici tradizionali.

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Un’Acropoli diffusa e sparsa in un arco di tre chilometri su colline di ulivi a ridosso del mare.

Uno dei tanti angoli di Grecia classica in Sicilia, quella stessa Sicilia che spogliò i suoi templi per costruire i moli di Porto Empedocle. Ci rimaniamo dal tramonto a buio inoltrato, in quel breve momento in cui il marmo si incendia di colori caldi, come a ricordare un passato magnificente e al tempo stesso celebrare la propria dolce decadenza. La moderna Agrigento, brutta e informe sullo sfondo, contrasta con violenza le vestigia del passato a colpi di cemento e abusivismo.

Silenzio mistico nel crepuscolo dorico, sensazione di pace interiore.

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Dei telamoni rimangono sdraiati, inermi, ultima testimonianza di quel cumulo di macerie che un tempo era l’immenso Tempio di Zeus. Il telamone è una figura maschile, robusta, che fa da contrappunto al capitello dorico, quello semplice e tozzo. Il maschio, in altre parole, quello che deve ostentare e imporre la propria forza fisica. Lo stile ionico, quello a volute curve dei templi greci successivi, è invece rappresentato idealmente dalla cariatide, figura femminile, che porta il suo fardello con leggerezza e naturalezza, come un dovere imposto da secoli di cultura, come fosse una cesta sulla testa.

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Poi arrivarono i Romani con lo stile corinzio, ricco di foglie d’acanto, esagerato, pacchiano. Grecia capta coepit ferum victorem, e la bellezza classica declinò.

La cena

Oggi si celebra l’anti-agonismo e il lusso borghese, quindi se dobbiamo fare i turisti prima che i ciclisti tanto vale farlo bene. La trattoria Caico a San Leone soddisfa tutti i nostri più turpi desideri gastronomici, e prima di rimetterci in cammino decidiamo di spopolare la fauna ittica di questi mari: pesce spatola, cavatelli pesce spada e melanzane, spaghetti alle vongole veraci, fritto di calamari e grigliata di pesce mista. Con la pancia piena si pedala meglio, quindi ci portiamo avanti.

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GIORNO 13 – Agrigento – Menfi

 

L’isola di Trinacria è troppo densa: in un solo triangolo di terra bagnata dal Mediterraneo si concentra troppa bellezza, e al tempo stesso il giorno di pausa pesa sulla tabella di marcia. La ciclicità è una dannazione pari a quella del Vecchio Marinaio di Coleridge, costretto a raccontare in eterno la sua storia in un eterno ripetersi. E allo stesso modo i nostri viaggi ci lasciano quel sapore agrodolce dell’arrivo e della ripartenza, senza riuscire a innamorarsi in pianta stabile di una terra ma al tempo stesso infatuandosene. I giorni a disposizione sono pochi, e nuove terre chiamano.

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Un’ondata di caldo eccezionale accompagna questa nuova tappa verso le coste occidentali dell’isola: smontiamo tende e bagagli il prima possibile, e verso le 8 siamo già in viaggio in direzione di Porto Empedocle e Scala dei Turchi, dove facciamo una prima pausa sul belvedere liberato dagli abusivismi. Nella giornata di oggi Piero è in fuga: partito in velocità prima di tutti, lo ritroveremo soltanto a sera nel campeggio, aggiornandoci di tanto in tanto per telefono. Giuseppe intanto ci dà notizie di Massimo, che è sul nostro stesso percorso, a volte davanti, a volte dietro.

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Uno spazio lungo, una linea con due estremità, sulla quale perdersi e ritrovarsi, è la costante di questo viaggio. Siamo tutti sulla traccia, chi prima e chi dopo, e questo senso di bidimensionalità o ci dà la sicurezza di avere tutti in qualche modo sempre vicini, ognuno al suo passo. E uscire dalla traccia può riservare brutti scherzi: al bivio per Realmonte, infatti, facciamo una salita inutile, affrontando tornanti che avrebbero buttato inutilmente verso l’interno. Si impreca, si riscende e si prosegue per via Stazione, dove ci riallacciamo al corso della SiBit.

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Questo ciclovia che unisce Siracusa a Trapani lungo tutta la costa meridionale

dell’isola si basa sul principio di condivisione della strada:

più che una ciclabile, è un itinerario cicloturistico consigliato,

che sceglie strade secondarie o del tutto deserte, e solo quando la 115 è l’unica alternativa mette a disposizione dei ciclisti un metro e mezzo di bike-lane. Anche in questo caso il concetto di spazio lungo è dato dalla segnaletica costante, che ci dà la sensazione di trovarci su un unico, lungo cammino.

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Il tratto di strada prima di Siculiana è un’Irlanda equatoriale: soltanto i colori e le temperature sono diverse. Una strada tortuosa, stretta e altalenante ci fa compagnia tra campi coltivati e piccole case rurali, e tutto intorno Nostra Signora delle Melanzane ostenta la sua magnificenza fatta di curve violacee e lucide.

Ogni tanto la strada si tuffa in un guado di un torrente, che la stagione torrida ha reso praticabile.

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Il sole è all’apice del suo arco quando arriviamo a Seccagrande, località balneare che sembra avere un po’ di movimenti umani nel grande silenzio assolato. Il lungomare Gagarin ci accoglie con le sue casette basse, qualche famigliola nei giardini, bambini che giocano, materassini gonfiabili e secchielli. Dobbiamo cercare un posto per passare le ore calde, e il Lido Neptun fa al caso nostro, ravvivando il ricorrere del dio marino, il cui nome ci accompagnerà fino a Palermo.

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Le ore più torride passano tra arancini e fritture di pesce. Il ragazzo del lido scambia qualche parola con noi, ci chiede del nostro viaggio incuriosito. È chiaro di occhi e capelli, ha un accento siciliano strano: “Ma tu non sei siciliano?”

“Minchia cumpare, di Bacau sugnu! Romania!”

La ripartenza è difficile ma necessaria: sono le quattro e mezza, fa ancora caldissimo, ma i chilometri di oggi sono ancora tanti e Piero è già dalle parti di Sciacca.

L’infame Statale Meridionale Sicura, l’onnipresente 115 che cambia nome a seconda del suo orientamento cardinale ma conserva il rombo dei suoi tir, in questo punto è l’unica alternativa. Ed è qui che io e Giuseppe, accostando un attimo a lato, ci ritroviamo i copertoni costellati di spine (“spinesante”, le chiamano da queste parti: una specie di chiodi plurispinati da inseguimento alla 007) e quattro ruote a terra in due. Per di più il mozzo della mia ruota posteriore ha intensificato la sinfonia di scricchiolii che mi accompagna da qualche decina di chilometri, e anche Agnese accusa problemi.

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Ci viene in soccorso Lorenzo Sabella, titolare di 100% bici a Sciacca, che ci carica tutti e cinque col furgone sottraendoci dal pessimo traffico della statale. Per entrare tutti nel mezzo, le due fanciulle si siedono davanti accanto a lui, mentre io, Giuseppe e Giancarlo ci accucciamo nel fondo del furgone insieme alle bici: la scena di carico è da caporalato, il sudore delle braccia a contatto tra loro unite alle espressioni sconvolte e alle scosse da furgone ci danno l’aspetto di braccianti portati da un latifondo all’altro. E invece stiamo soltanto facendo un tranquillo viaggio in bicicletta, mentre questa è la realtà – non scelta, ma imposta – di tanti in queste zone.

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100% Bici è, come lo era stato Cicli Cima, un’oasi nel deserto, fatta di persone preparate, disponibili e gentili. I figli di Lorenzo sono anche suoi aiutanti: il piccoletto, Tommaso, è ansioso di dare una mano e porta le bici da riparare dall’esterno all’interno del negozio con una naturalezza fuori dal comune. “Ma ce la fai? È pesante!”, ma prima di finire la frase, lui ha già la tua bici in mano e la sta spingendo senza sforzo. Giuseppe ne approfitta per nastrare il manubrio, Agnese per una sistemata generale, io per cambiare i cuscinetti del mozzo posteriore. Foto di rito e ringraziamenti: ora sì che si pedala. Sono le sette passate, il velo fresco della sera è vicino e gli ultimi 20 chilometri passano per strade secondarie.

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Dopo una breve salita,

ci ritroviamo su un altipiano tra ulivi e vigneti che ci mostrano Sciacca dall’alto,

in tutto il suo splendore mediorientale. I colori si fanno tenui e crepuscolari, ma del buio ci importa poco. L’aria è profumata, qualche cane abbaia in lontananza. Nel frattempo Piero ha trovato un campeggio nelle vicinanze di Menfi, dice che si sta bene, è ombroso e ha già fatto il bagno. Cala l’oscurità, lasciando solo i contorni scuri delle colline. Accendiamo le luci e ci lanciamo in discesa per strade desolate, accompagnati dal canto dei grilli, mentre la ruota libera scorre leggera e ci lascia a immaginare un paesaggio meraviglioso dietro quel velo di buio silente.

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Ancora una complanare, una strada secondaria e sporadiche automobili che ci affiancano: una di esse rallenta, abbassa il finestrino e dice a Giancarlo: “Ma voi siete i Cialtroni in bici? Ho incontrato Piero prima, quello con la trombetta a maiale! Siete dei grandi! Dai, che al campeggio vi manca poco!” Con la consapevolezza di essere ormai delle celebrità a

Menfi, approdiamo strombazzanti al Camping La Palma,

in un tripudio di applausi e sguardi sconcertati. Piero è seduto al bar del campeggio, davanti a una birra da 66. La signora alla reception ci tratta immediatamente come dei figli scapestrati: alla vista della carta d’identità di Piero, ridotta praticamente a una sindone, si mette le mani nei capelli. Fa battute, punzecchia, ci invoglia a restare: “Questo è il migliore campeggio della Sicilia, dove ve ne andate, restate qua! Pensate che

alla spiaggia accanto una caretta caretta ha appena deposto le uova,

attendiamo la schiusa per settembre…”

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E poi, ancora, tronfia della sua vita: “Pensate che io di solito lavoro in tacchi e tailleur, ma chi me lo fa fare, da aprile a ottobre me piazzo qua e sto da dio!” Il campeggio è in un bosco di eucalipti battuti dal vento caldo sahariano, proprio di fronte a una spiaggia di sabbia fina, meravigliosa. Il tempo di montare in fretta e furia le tende nel buio, mettere il costume e via: la scia argentea della luna ci guida anche stasera a

una nuotata notturna, come fa il Commissario Montalbano

quando deve risolvere un caso.

L’acqua è così trasparente che mi vedo i piedi nella luce lunare,

non ci sono onde, tutto tace. Un fuoco di un falò in lontananza, una nuova dimensione senza tempo e senza spazio.

Nuoto nel buio, perdo l’orientamento, acqua nelle orecchie. Dove sono? Chi sono?

Reportage di Claudio Mancini

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