Guardando la distesa di questi colli, simili alle crete senesi, tondeggianti eppure aspri, nudi. Guardando il cielo, che qui sembra più grande, forse per l’assenza totale di urbanizzazione a interrompere la linea dell’orizzonte. Guardando i piccoli borghi antichi stagliarsi isolati contro quel cielo, ognuno arrampicato in cima a un suo cucuzzolo, con tanto di castello normanno.
Guardando tutto questo nella luce di un tramonto novembrino con l’aria che sa di montagna e promette pioggia, eppure così dolce rispetto di quella a cui siamo abituati su al Nord, si ha la tentazione di non raccontarli a nessuno, questi monti Dauni, perché non ci arrivi il Turismo Di Massa, con i suoi rumori, le sue luci e i suoi turisti, perché resti così per sempre, solo per noi.
Per ora qui, c’è “solo” natura incontaminata, arte, storia, monumenti e tanto tantissimo cibo buono, per non dir del vino: siamo nelle terre del nero di Troia, eh.
Il paese in cui arriviamo è Bovino “uno dei Borghi più belli d’Italia”, recita orgoglioso un cartello. E non sbaglia. E’ bellissimo.
Il castello normanno è davvero imponente e quando scopro che ci dormiremo, sono emozionata come una bambina.
Le stanze sono esattamente come ce le si aspetta: sontuose, antiche enormi. Io ho un letto a baldacchino così grande che mi sembra di essere sul set di Dowton Abbey. La vista dalle finestre è pazzesca. Non fosse per il cielo carico di nuvoloni neri che, dicono, domani scenderanno a terra e questa gola, questa testa che sembrano voler scoppiare da un momento all’altro, sarebbe tutto perfetto.
La cena viene allestita apposta per noi dagli organizzatori di Castel di Pietra, con lo chef Francesco Morra in una location bellissima nel centro storico, in un ex frantoio e ruota tutta attorno alla degustazione dei vini biologici Duca D’Ascoli, in una verticale molto interessante di Nero di Troia. L’antipasto a base di pancotto, crostini, bruschette, salumi e formaggi tipici basterebbe già da solo a costituire il pranzo di Natale di una famiglia numerosa, ma appena finito ci accomodiamo a tavola e si comincia diligentemente dall’antipasto, e poi orecchiette e un maialino cotto alle basse temperature così buono che commuove. In effetti è tutto così buono che anche quando si è più che satolli non si riesce a smettere di “degustare”.
Venerdì
La mattina mi sveglio presto sotto i peggiori presagi: piove e la mia influenza si è dichiarata ufficialmente. Ma non mi arrendo, incontro Giuseppe, la mia guida, appena fuori dal castello che mi consegna la mountain bike, e partiamo. Il cielo è talmente grigio che il paesaggio sembra una foto in bianco e nero della Scozia, l’aria è fredda e tempestata di gocce d’acqua minuscole come granelli di polvere. Comincio a pedalare e mi accorgo di essermi vestita troppo poco, sento il freddo penetrare sotto i vestiti e mi do della stupida da sola.
E allora cosa faccio? quello che farebbe ogni ciclista: pedalo più forte per scaldarmi, e mi guardo attorno per distrarmi. Il paesaggio è così intenso, con questa teoria di panettoni a perdita d’occhio, senza traccia di presenza umana, né traffico, né strade asfaltate, niente, a parte gli sporadici cucuzzoli ornati ognuno da un castello a pianta normanna.
La prima tappa è Monte Castro (dove si Accampò Annibale prima della battaglia a Canne) e ci fermiamo ad ammirare il promontorio del Gargano ed il Vallo di Bovino. Giuseppe che sa tutto sulle sue terre mi racconta che questi posti erano famosi per le scorribande e gli agguati che i Briganti facevano a viandanti e diligenze lungo l’unica strada che, dalle Puglie portava alla Campania.
Nel frattempo il cielo si è aperto e l’aria si è un po’ addolcita, o forse sono riuscita a scaldarmi io, non so.
Proseguiamo così per Serralunga, in un ondeggiare di salite e discese abbastanza morbido e sbuchiamo vicino alle mura dell’acquedotto romano.
Dall’incrocio Bovino-Panni saliamo fino al Bosco de “il macchione” in agro di Deliceto dove troviamo un’area pic-nic attrezzata, aperta in primavera e estate. Proseguiamo poi lungo una strada di campagna che costeggia Montucci, Monte Tre Titoli e Montagnone. L’area si trova nella “Zona Speciale di Conservazione Accadia – Deliceto” ed è di grande interesse floro-faunistico e paesaggistico.
Dal curvone del Montagnone e da dove si può osservare Accadia e il suo Rione Fossi (abbandonato dopo il terremoto del 1930), scendiamo e ci troviamo in una radura grandissima, in mezzo al bosco delle Paduli dove ci sono querce secolari. E qui c’è il sole, e io mi sento decisamente meglio. Restiamo lì un po’ a scaldarci e a farci fotografie in cui sembriamo minuscoli rispetto a quegli alberi immensi e poi ripartiamo in direzione del Convento della Consolazione (Deliceto) che si trova ai piedi di un altro bosco molto folto e ben conservato.
Da li prendiamo una stradina che sale e costeggia il lato est del Castello di Deliceto e ce ne torniamo al castello per la strada asfaltata. Arriviamo a Bovino sotto un sole quasi caldo e, incredibile, io sono guarita!
Arriviamo a Troia per il pranzo: è tardi, ma non abbastanza da scampare un’altra teoria infinita di portate, una più buona dell’altra. Sembra che qui al meglio non ci sia fine e ogni posto prova a superare quello prima in quantità e qualità. Al Ristorante Osteria fra due terre veniamo nutriti di nuovo con delizie di ogni tipo: per cominciare, una miriade di antipasti e primi, secondi squisiti, il tutto annaffiato da litri di nero di Troia Cantina Elda.
Il pomeriggio lo passiamo a visitare monumenti, come la cattedrale per poi trasferirci a Orsara di Puglia dove ci aspetta una visita con degustazione della Cantina Il Tucanese, felice e riuscito piano B dell’architetto Leonardo Guidacci. Vini molto interessanti con etichette insolite e emozionali, opera di un‘artista.
E per finire, visitiamo un antico forno, in cui si fa il pane pugliese, quello DOC. E lì restiamo avvolti in un profumo di pane irresistibile che impregna da tempo immemorabile muri spessi come quelli di un castello, incantati a sentire il titolare Angelo di Biccari che ci racconta del suo forno, del suo pane e di come ha attraversato la storia d’Italia evolvendosi, passando da Forno pubblico, dove ognuno veniva a cuocere il proprio pane, all’essere in fornitore ufficiale di pane pugliese per i più famosi ristoranti stellati d’Europa. Ma soprattutto ci parla della qualità, per la quale non c’è prezzo, ma soprattutto non ci devono essere sconti. E’ un discorso serio e bellissimo, appassionato, sull’origine e la bontà delle materie prime e sulle scelte da fare a monte, per il palato, ma soprattutto per la salute.
Alla fine, nella saletta di fianco al forno ci accoglie per una messa in pratica di questa sua filosofia: pizze di ogni tipo, fatte con un impasto così leggero che se ne possono mangiare quantità impensabili, ma non solo, arrivano anche secondi, verdure, cereali cotti secondo ricette tradizionali in anfore di terracotta. Il vino scorre a fiumi e noi cominciamo a sentirci come atleti di questa specialità: più “ci alleniamo a tavola” e più riusciamo a mangiare.
La mattina dopo mi trovo pronta per un’altra avventura in mountain bike, con un’altra guida: Paolo.
Oggi il tempo è decisamente bello, con il sole che gioca a nascondino con le nuvole tra un colle e l’altro, l’aria calda e profumata.
Partiamo da Pietra Montecorvino.
La gita comincia facile, su asfalto, con pendenze miti. Ma quasi subito diventa sterrato e le pendenze si fanno impegnative. Passiamo Sant’Onofrio, Monte Sambuco, e arriviamo in contrada Magliano.
Ci troviamo poi di fronte a un ennesimo colle con in cima una strana costruzione, un rudere, “è la sedia del diavolo” mi spiega Paolo, ed è alta, solenne, bellissima, contro il blu del cielo, ed è così limpido che sembra quasi di poterla toccare. Sbagliato, sbagliatissimo. La strada diritta inganna e quelle che a occhio sembravano centinaia di metri si sono rivelati chilometri, alcuni tratti con una pendenza fantozzianamente mostruosa, con il fango che ci si attacca a tutto, scarpe, ruote, telaio, baffi. Mentre il Garmin segna impietoso la pendenza che sale inarrestabile, io mi arrampico lentamente e finalmente capisco perché la chiamano la sedia del Diavolo: in effetti solo il diavolo può arrivare a sedercisi sopra!
Ma il posto è talmente bello che vale la pena di fare tutta quella fatica. Paolo sadicamente mi fotografa sempre mentre arranco spingendo la bici, invece che pedalarci sopra, ma poi si impietosisce e mi offre generi di conforto e calorie accessorie.
Siamo quasi arrivati, sopra di noi vediamo il paesino medievale di Montecorvino e lui mi sfida: “c’è una salita corta ma durissima, ma al 27% se parti sostenuta e non metti a terra mai il piede ce la puoi fare”.
Ci provo, ma è così ripida da far paura e la fifa prevale sull’orgoglio e a poco più di metà, mollo.
Ma anche a piedi, quel muro, impietoso e durissimo fa una paura blu con le scarpette tecniche che non hanno nessuna aderenza sul terreno che è cemento grezzo (pure!)
Rientrati, passiamo mezz’ora a spararci addosso un getto d’acqua fortissima per tentare di levarci da bici, scarpe e vestiti tutto il fango che ci ricopre come statue.
L’ora di pranzo è passata da un pezzo, sono quasi le tre, ma non qui, e soprattutto non a Castel di Pietra, dove fervono i preparativi per la serata, una grande cena con sorpresa. Ed è lì che mi lascia Paolo.
Castel di Pietra è la società che si occupa di noi da quando siamo arrivati sui monti Dauni, è un istituto alberghiero, ristorante, catering, con il suo chef Francesco che ci ha seguito passo a passo, organizzando pranzi, cene, degustazioni e merende, gestendo la logistica, i pernottamenti. Tutto insomma.
La loro sede si trova nel bellissimo palazzo Ducale di Pietra Montecorvino, un importante monumento duecentesco, un palazzo bellissimo, imponente, elegante. Ed è qui che stasera si terrà la cena di gala, in stile medievale, per rimanere in tema. Ci saranno le autorità, i giornalisti, la gente del posto. Non sappiamo ancora come si svolgerà la serata, i preparativi fervono in gran segretezza, ci stanno preparando una sorpresa. Intanto io vengo accolta, ancora vestita da bici, nelle cucine. Mi sento davvero privilegiata per questo “dietro le quinte esclusivo” e non solo perché il pranzo, consumato tra i fornelli e la gente che lavora è squisito, ma anche perché è lì che Francesco mi racconta del suo amore per la cucina, per la materia prima – soprattutto per le erbe spontanee – verdure di tutti i tipi che lui raccoglie e usa in ogni sua creazione, tutte ovviamente di stagione. E’ bello sentirlo parlare, si sente la passione e si capisce perché lo abbiano reso responsabile della scuola, che non è solo un business ma ha anche scopi sociali: nasce infatti anche per tenere i ragazzi del luogo in carreggiata, dar loro una formazione, un mestiere.
La serata è davvero bellissima: tutta in stile medievale, il Palazzo illuminato da torce, artisti bravissimi si alternano per intrattenerci, ballerini di pizzica e antichi balli locali, attori, suonatori di strumenti medievali. Tutto, mentre ci viene servita una cena in tema, spiedini giganteschi e altre portate dell’epoca.
La sorpresa erano gli splendidi costumi medievali che ci hanno fatto indossare!
Domenica
Il nostro viaggio volge al termine, e passiamo l’ultima mattina visitando Lucera. Per godersi questa bellissima città d’arte, non c’è che passeggiare pigramente (dopo tutto quel faticare sui pedali, ci sta anche questo), e ammirare tutti i suoi monumenti. l’Anfiteatro romano, la fortezza Svevo-Angioina, la Basilica cattedrale di Santa Maria Assunta del 1300, la chiesa di S. Francesco d’Assisi (oggi Basilica santuario di San Francesco Antonio Fasani) coeva della Cattedrale, la barocca Chiesa del Carmine e i due musei, uno di Archeologia Urbana e l’altro Diocesano. A metà mattina siamo già pronti per il pranzo che avviene in una meravigliosa casa patrizia del centro di Lucera. A fare gli onori di casa una bellissima signora di origine ottomana sposata da sempre con un notabile del posto e che quindi ha vissuto tutta la vita in questa magione meravigliosa, casa Cavalli. Alle undici e trenta abbiamo già il bicchiere in mano e il piatto pieno di ogni ben di Dio.
E chiacchieriamo amabilmente con lei come vecchi amici invitati al pranzo della domenica.
Con un ultimo sguardo al salone delle danze che sembra uscito da Il Gattopardo, lasciamo la casa, Lucera, i Monti Dauni e la Puglia. Abbandoniamo su quelle tavole imbandite il peso forma, ma soprattutto in quelle terre, tra quella gente, ci lasciamo il cuore.
Partiamo, ma già non vediamo l’ora di tornare.