Mezzi di trasporto ordinari, spesso dimenticati, in tempo di guerra possono diventare un messaggio di speranza per superare ingiustizie e rassegnazione. Lo è stato ai tempi delle staffette partigiane in Italia. Ora tocca alla bicicletta di Bushra Al Fusail, fotografa ventottenne di Sana’a (Yemen), che ha portato le donne yemenite per le strade della capitale. Un modo per non smettere di sperare, nonostante le incursioni aeree e per non essere vittime – anche – della mancanza di carburante.

Durante il grave periodo di crisi che sta attraversando lo Yemen, dove forze contrapposte hanno portato il Paese sull’orlo della guerra civile, Al Fusail ha avuto il coraggio di mettere in pratica un’idea semplice ma molto efficace: Non arrendersi, e mettersi a pedalare. «Lo Yemen è sotto attacco delle forze saudite. È stato quando hanno chiuso i rifornimenti di benzina a Sana’a che ho pensato alla bicicletta. Il ciclismo non appartiene alla nostra cultura, ma in questo periodo di crisi è facile incontrare uomini in bicicletta. Così loro riescono ad avere una routine. Non è così per le donne invece, costrette ad aspettare anche tre ore sotto il sole un mezzo pubblico per poi essere spesso vittime di disgustose molestie. Quando è diventato difficile anche andare al lavoro o al supermercato ho chiamato a rapporto le mie amiche e ho chiesto: iniziamo a pedalare? Dobbiamo mantenere le nostre routine e non arrenderci alla guerra». Così è nata la #Yemeniwomenbikecampaign.

Eravate mai salite su una bicicletta prima?
Non come adulte, solo da bambine. Allora la gente in Yemen era meno chiusa. Ora però non vedrai mai una donna che va in bici in Yemen. È diventato un Paese conservatore con pochi diritti a proteggerci.

Non vi intimorisce mettervi in sella durante le incursioni aeree?
Abbiamo ottenuto un pass umanitario per cinque giorni per fare la nostra campagna nel modo più sicuro. Ero consapevole che non avremmo potuto semplicemente metterci in sella e girare per le strade. Ho ideato una campagna fotografica per capire la reazione della gente. Attraverso Facebook ho coinvolto 80 ragazze. Se ne sono presentate solo 12. Per evitare molestie e non alimentare paure ho scelto di incontrarci la mattina molto presto. Credo che se vogliamo cambiare le cose questo è il momento di farlo. Nella nostra storia recente i diritti delle donne si sono deteriorati. Se non agiamo ora la situazione andrà di male in peggio.

Che impatto ti aspetti da questa campagna?
Per me questa campagna significa lanciare un messaggio: siamo libere di muoverci con un mezzo di trasporto molto facile. Non molliamo. È una speranza per le donne per prendere consapevolezza di sé. E se non c’è carburante le nostre vite possono continuare in bici. Non c’è niente che può fermarci. Dobbiamo lavorare e affrontare apertamente la nostra comunità. Io ho scelto di non coprirmi il viso e non aspettare che siano sempre gli stranieri a far cambiare le cose. Perché non andare in bici? I problemi si fronteggiano. Prima non era nostra usanza coprirci il volto e si usavano veli molto colorati. Ora, con l’influenza saudita, ci vestiamo di nero e c’è più conservatorismo e chiusura. Ho paura che lo Yemen diventi un Paese dove le donne non possono guidare l’auto o dove sia un obbligo coprirsi il volto….

Strano che le donne possano avere la patente e non siano libere di girare in bicicletta…
Esattamente! E ancora più strano è che in moltissimi villaggi le donne cavalchino asini per spostarsi e sia più facile accettare una donna su un asino in un paesino che una ragazza in bici in città…

Dopo la #Yemeniwomenbikecampaign come continuare?
Mi hanno sorpresa due donne che hanno cominciato ad usare la bici per andare al lavoro. Hanno trovato nella bicicletta un mezzo di trasporto facile, salutare ed economico.

Dopo la campagna fotografica ho ricevuto molti messaggi negativi e ho scelto il basso profilo per un po’. Non immaginavo che avrebbe avuto un impatto così forte. Devo dire che ho anche avuto molto supporto e solidarietà dagli yemeniti che vivono in giro per il mondo, e ora sto aspettando un nuovo pass umanitario per continuare.

Com’è la situazione in Yemen?
Al collasso. Hanno iniziato a colpire non solo gli obiettivi militari, ma anche le case dei civili. Non sai quale sarà il prossimo. Per due giorni hanno bombardato la città vecchia di Sana’a, un attacco alla nostra eredità storica che resiste da 3000 anni.

Vedi il tuo futuro in Yemen?
Ora sto ricaricando le mie energie, ma penso che se il mio Paese ha bisogno di me non sarebbe giusto scappare. Dobbiamo cambiare le cose e la bici è un’idea semplice che, sorprendentemente, ha dato grande speranza a molte persone. È il simbolo della resistenza delle donne. La campagna Yemeni Women Bike sfida le censure del nostro Paese e apre la discussione alle esperienze delle donne durante la guerra, aiutandoci a capire come supportarci tra noi. Andiamo in bici per la libertà, per muoverci, per la giustizia e per le nostre vite. Non ci fermeranno né le bombe né i taboo sociali».

Foto di Bushra Al-Fusail