Il Museo dei Campionissimi

Il Tempio del ciclismo esiste, ed è in un bel borgo a ridosso delle Alpi Piemontesi, Novi Ligure. La storia di questo centro è stata infatti interessata da due figure storiche (quasi mitologiche!) legate alla bicicletta, tanto che entrambi ebbero il titolo di “Campionissimi” e un museo a loro dedicato.

Stiamo parlando di Fausto Coppi e di Costante Girardengo, che in maniera diversa scrissero una parte della storia di questo Paese a colpi di pedale.

Il Museo conserva una collezione di bici storiche e testimonianze

relative a quel ciclismo avvolto nelle nebbie di battaglie epiche sui passi alpini, di quando per cambiare marcia in salita si smontava il pacco pignoni e si metteva “il rapporto leggero” – l’unico altro a disposizione, di quando i tubolari si guadagnavano faticosamente la via su strade bianche e accidentate, di quando tutto era molto meno codificato e più romantico. E soprattutto, di quando il ciclismo era parte integrante della società e della storia italiana, seguito quanto e più del calcio, motivo di appassionanti discussioni da bar e rivalità coi “francesi che si arrabbiano”, per citare una vecchia canzone di Paolo Conte.

Fausto Coppi

Il più noto e amato dei Campionissimi nasce a una manciata di km da Novi Ligure, Castellania. Di famiglia assai povera, sin da giovane Fausto lavorò prima nei campi col padre, poi come garzone per una macelleria in centro, consegnando la merce in bicicletta per i colli della provincia. Fu proprio coi primi risparmi che riuscì a comprarsi la prima bici da corsa e a iniziare a fare gare, in una scalata in fuga continua che lo porterà a vincere cinque Giri d’Italia tra il 1940 e il 1953 e innumerevoli altre gare, più lo storico record dell’ora stabilito nel 1942 in un velodromo Vigorelli blindato per i bombardamenti su Milano.

La sua vita fu segnata da varie tappe ed episodi alterni. Dall’incontro col preparatore atletico e allenatore Biagio Cavanna all’ingaggio con la Bianchi, all’epica rivalità con Bartali, che spesso trascendeva l’agonismo della gara per trasformarsi in un vero e proprio duello, passando per la prigionia sotto la guerra, gli storici successi e la travagliata relazione con la “Dama Bianca” Giulia Occhini, avventura extraconiugale che gli causerà scandali e addirittura la scomunica di Papa Pio XII, fino alla febbre malarica che lo porterà alla morte, nel 1960. Verrà ricordato come l’Airone, per le volate indimenticabili che gli portarono tante vittorie.

La Bianchi con la quale vinse il Giro nel 1958 è esposta qui, sospesa in una quiete irreale dopo tanti km e sudore. Verde di quel verde acqua chiaro nato da un errore della mescola nella tinta, che si scelse di mantenere. A fianco, in una teca, le sue scarpe, come una reliquia di un santo. Il numero di gara, il 36, ancora attaccato al telaio. I tubolari, sgonfi ma integri, dopo tanto attrito sull’asfalto. A pochi passi, la Legnano dell’amico-rivale Gino Bartali, in esposizione temporanea per la mostra “Bici e dintorni”, quasi a inseguirla ancora una volta, stavolta dentro un museo.

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Costante Girardengo

Il primo dei due Campionissimi in ordine anagrafico è un novese DOC come i vini che la regione produce, Costante Girardengo. Quando il giovane Coppi consegnava salumi e prosciutti di casa in casolare, Girardengo aveva già vinto diverse volte il Giro d’Italia ed aveva ottenuto fama nazionale: con Fausto condivideva però il massaggiatore e preparatore atletico Biagio Cavanna.  Girardengo vinse due Giri d’Italia e ben 6 Milano-Sanremo, incarnando l’eroe sportivo tra le due guerre. Ma la sua specialità furono essenzialmente i campionati su strada: la mostra “Bici e dintorni”, appena conclusa, ha portato al Museo la sua Maino con la quale vinse.

 

Il buono, l’ “Airone” e il cattivo

Oltre all’ “Airone” Coppi e a Costante Girardengo, esiste però un terzo nome legato a Novi Ligure e alla bicicletta. Non fu mai un Campionissimo, e la sua figura non è amata nel novese. Ai profani del ciclismo sportivo, infatti, il nome di Girardengo ricorderà soprattutto Il Campione e il Banditouna nota canzone di Luigi Grechi, portata al successo dal fratello Francesco de Gregori. La ballata narra infatti la presunta amicizia tra Girardengo e Sante Pollastri, bandito attivo durante il Ventennio fascista noto per la sua peculiarità di compiere rapine e assalti in bicicletta, per poi dileguarsi pedalando.

Di Pollastri abbiamo poche notizie, e molto controverse: legato certamente ad ambienti anarchici, fu sicuramente fiero oppositore del regime, tanto da guadagnarsi taglie e l’appellativo di “nemico pubblico numero uno“. Pare che lo divenne dopo l’uccisione di un carabiniere, compiuta come vendetta personale dopo uno stupro ai danni di sua sorella, o per un alterco con due squadristi. Conobbe certamente Girardengo, ma l’amicizia tra i due resta una delle tante leggende romanzate della provincia piemontese, così come lo è il coinvolgimento dello stesso Campionissimo nell’arresto di Pollastri a Parigi, nel 1927. Certo è Girardengo testimoniò al processo.

Storie di bici e dintorni – la mostra

Si è appena conclusa la mostra “Storie di Bici e dintorni, organizzata dal Distretto del Novese, che per vari mesi ha arricchito la collezione permanente  di pezzi unici come la Legnano di Bartali o i primi prototipi della bicicletta, come la Draisina del 1817. Un mezzo che non aveva pedali o trasmissione, ma che era destinato a evolversi molto nei decenni a venire.

Come un tapis roulant, scorrono duecento anni di progressi di quella è semplicemente la più geniale invenzione dell’umanità. Una carrellata di modelli mischiano tecnologia ed emozione insieme alla storia italiana ed europea: abbiamo così la Penny Bike inglese, così chiamata per la forma della sua enorme ruota anteriore che ricorda quella di un penny, la Graziella, la bici ministeriale, le prime bici legate a un marchio che ha prodotto poi altro: la Singer, la Peugeot.

Ogni modello storico di bicicletta è abbinato a un modello di Cappello Borsalino, storica azienda della zona, una sorta di “mostra nella mostra” a sottolineare l’evoluzione progressiva dello stile e dell’eleganza delle due cose.