I Vogel: una famiglia in giro per le Americhe in bicicletta

«Cosa faresti se non avessi paura?» Questa domanda se l’è fatta Nancy Vogel insieme al marito John, una coppia di americani giramondo che hanno scelto di partire per un lungo viaggio con i figli. Percorrendo in bici le Americhe, dall’Alaska all’Argentina, questa famiglia ha vissuto un’incredibile avventura, on the road per tre anni. «L’idea è stata di mio marito – racconta Nancy -. Non sono certa di che cosa abbia spronato il suo desiderio di partire, ma mi ha convinta lentamente che era giunto il tempo di farlo. Abbiamo realizzato che i nostri figli stavano crescendo e noi eravamo troppo impegnati col lavoro per goderceli. Il tempo passava veloce. Il tempo di stare con loro era arrivato. Dopo sarebbe stato troppo tardi».vogel

Perché proprio la bicicletta come mezzo di trasporto?

Questo era fuori discussione. John e io avevamo già speso un anno girando per l’Asia in bici nel 1990. Quando abbiamo deciso di viaggiare coi nostri figli era certo che sarebbe stato in bicicletta. I benecifi di viaggiare in bici sono molteplici. Significa osservare meglio il paese, conoscere più gente, essere tutt’uno con la natura, e anche affrontare una sfida fisica.

Ti senti una nomade, una cosmopolita?

Non saprei….Sono chi sono e mi sento come mi sento. Significa essere nomade o cosmopolita? Non lo so proprio.

Perché proprio dall’Alaska all’Argentina?

Avremmo potuto andare in Africa, Europa, Australia o Asia. Abbiamo scelto le Americhe perché mio marito e i miei ragazzi non ci erano mai stati e lo desideravano. L’itinerario esatto poi è stato deciso sia per vedere lo Yellowstone National Park sia, in alcune aree, perchè non c’erano strade  alternative.

Come siete riusciti a finanziare il viaggio?

Avevamo una casa di proprietà. Affittandola abbiamo provveduto alla metà delle nostre spese. Oltre a questo abbiamo sviluppato un sito, ho guadagnato un po’ scrivendo da freelance, e abbiamo potuto contare su alcuni interessi sui nostri risparmi. Eravamo preparati a pagare per l’intero viaggio attraverso i nostri risparmi se fosse stato necessario.

Dove avete dormito?

Questo è stato incredibilmente vario! Spesso abbiamo family vogelcampeggiato. Ai tropici invece siamo stati in piccoli hotel. Ma siamo stati in così tanti posti! Caserme dei pompieri, scuole, cliniche, sul pavimento di cemento di un negozio, in un granaio…

Lunghe distanze in bici con dei bimbi sembra anche più duro che da soli. Non ti è mai passato per la testa: “averlo fatto prima”….

Devo dire che i nostri figli sono stati dei viaggiatori fenomenali! Non ci hanno mai ripensato, come invece è successo a me. La loro determinazione di completare il viaggio non ha mai tentennato. Certo, a volte ci ripenso e dico che avrei voluto farlo prima per certi aspetti, ma per altri abbiamo scelto il momento ideale.

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I nostri figli avevano 10 anni quando siamo partiti dall’Alaska, quindi erano abbastanza grandi per essere un aiuto nel viaggio. Invece di andargli dietro come avremmo fatto se fossero stati ai primi passi, erano capaci di dare una mano a sistemare la tenda e le biciclette. Direi che abbiamo colto l’attimo!

Tre anni di “educazione nomade”. Cosa hanno imparato i tuoi figli che è difficile imparare a scuola?

Che possono fare qualsiasi cosa. Non sarà necessariamente facile. E non sarà immediato. Ma se mettono l’anima in qualcosa e sono determinati e costanti, sanno di potercela fare.

Pensi che i tuoi figli abbiano sofferto la mancanza di routine e amici?

No. Alla lunga ce l’hanno fatta alla grande tornando in Idaho e trovando amicizie. Hanno fatto sicuramente dei sacrifici a stare sulla strada così a lungo. Tutti abbiamo fatto queste scelte e sacrifici ogni giorno. Ma se avessimo scelto di stare qui i nostri figli avrebbero vissuto la scuola, i club e le squadre sportive, ma avrebbero perso altre cose: nuotare con i leoni marini, lo scuba diving con le tartarughe e la scalata delle rovine Maya. Tutti abbiamo fatto queste scelte.

Com’è possibile tornare a stabilirsi in un posto dopo tre anni? Come ti senti?

È stata dura. C’era certamente una parte di me che voleva continuare. Ma ero stanca. Molto, molto stanca. E i nostri figli erano pronti per una nuova sfida. Ci sono voluti diversi mesi per metabolizzare l’idea di fermarci in un posto.

Cos’hai pensato quando hai raggiutno Ushuaia?.ushuaia

Che giorno! Dopo aver speso quasi ogni risveglio per quattro anni focalizzati verso quell’obiettivo eravamo arrivati! È stato emozionante, fantastico. È stato uno dei momenti più eccitanti della mia vita. Quel giorno è arrivato anche il primo pensiero: E poi? Dopo aver aspirato a questo per così tanto tempo, c’eravamo. E Ora?

E dopo?

Mi ci è voluto un sacco di tempo per accettare che è ok non voler fare un viaggio migliore e più grande. C’era molta pressione su di noi per continuare. Magari pedalare in un altro continente? C’è voluto un po’, ma alla fine ho accettato che era giunto il momento di entrare in un’altra fase. Va bene stare un po’ a casa. Va bene voler essere parte di una comunità più grande.

Per ora, amo essere qui a Boise, Idaho. Mi sveglio ogni mattina e mi dico, “Amo la mia vita qui nella mia piccola casa!” Se mai arrivasse il giorno in cui Boise non incontrerà più i nostri bisogni, allora partiremo. Fino ad allora saremo a casa. Ed è gradioso.

Idee per un altro viaggio? Prossima meta?

I nostri figli sbarcheranno al college fra un paio d’anni. Mio marito ed io abbiamo parlato di cosa potremmo fare dopo. Un altro viaggio in bici è un’opzione. Forse l’Europa? Non lo sappiamo ancora, veramente….

Silvia Ricciardi