Che gioia arrampicarsi! Alla fine siamo tutti un po’ bambini quando siamo liberi, liberi dagli orpelli del perbenismo, dagli abiti griffati, dalle convenzioni sociali che a volte ci vanno strette. Siamo puri, ingenui, a volte irresponsabili, ma fa bene allo spirito concedersi qualche libertà; così il nostro caricabatterie potrebbe essere una gita ai confini tra mare e montagna, dove salire e guardare in giù e vedere le forme irregolari di un territorio ricco di vegetazione dove a fare da contrasto sono i colori del verde natura con il blu marino. Quasi si ha l’impressione di essere immersi in un parco, circondati da piccoli borghi con lembi di terra minuscoli in cui le spiagge vengono inglobate da quel blu che sussurra sapore marino. 

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E’ come un quadro astratto, si comincia da qualcosa che realmente esiste e poi si cancella la realtà, lasciando così solo le emozioni vere, questo è ciò che si percepisce volando in bici lungo le discese boschive e cogliendo ciò che ingloba la nostra avventura. 

Ed è qui che possiamo divertirci pedalando e salendo senza tregua a volte, con la sensazione di essere a picco sul mare, ed essere richiamati dal desiderio di un bagno refrigerante post bici, concludendo con un’ottima cena guardando l’orizzonte e assaporando la cucina spezzina e ligure.

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Un break tra Monterosso e Vernazza fatto di focaccine tipiche con vista da 800 metri direttamente a picco sul mare, permette a tutti i sensi di rimettersi in equilibrio uno di fianco all’altro, come in una danza dove il corpo segue in un ritmo perfetto la musica poetica circostante.

Una terra ricca di tradizioni, di cultura, di sapori culinari semplici nel gusto e ricchi di memoria, lontani ancora dalla modernità che inonda i ristoranti italiani delle grandi città.

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Così procede il viaggio in bici lungo le strade tra La Spezia e le altre terre, improvvisamente si accendono i ricordi, si leggono scritte per terra mentre il sudore scende sulla fronte durante la salita; nomi di corridori, tifo da stadio immortalato lungo l’asfalto scuro, sul muro roccioso, nero su bianco di un giro d’Italia che ha visto vincere Davide Formolo. Chissà quante persone erano li in quel momento passato ormai da un anno e poco più, quante emozioni, urla e fatica facevano eco in quel percorso dalla salita impegnativa. Eppure adesso si sentono solo i suoi della natura, il sole caldo che si alterna all’ombra degli alberi, il silenzio di ora è riflessivo rispetto all’adrenalina caotica di una tappa così.

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Familiari, amici, mogli, fan, tutti uniti per dare energia vitale umana a quegli atleti che corrono per noi, per chi emula il loro gesto, per chi li segue durante le olimpiadi e si commuove davanti alla televisione. E’ bello goderne adesso, ascoltare il ritmo della fatica senza chiedersi perché lo facciamo, perché siamo felici davanti alla libertà regalata dalla bici quando il dolore dei muscoli a volte dice “basta!”, siamo strani, forse si, siamo amanti del cicloturismo, della ciclofilosofia, delle emozioni gratuite a basso costo. Non c’è via di mezzo in questo sport, si fatica, si soffre, si gioisce, si sorride, ci si emoziona, perciò come non esistono realtà intermedie, non esistono neanche vie di mezzo, ed è questo che rende affascinante viaggiare in sella in ogni punto del mondo.

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Lisa Favale