Itinerario in Abruzzo con traccia gpx

Le Alpi sono belle e immutabili, perfette e candide. Gli Appennini invece sono imperfetti, aspri, e di certo non possono vantare le stesse cime innevate; ma hanno una forza primigenia, una spontaneità ruvida che non è seconda a nessuno.

L’Abruzzo è una regione viscerale, forte e gentile, per usare un’espressione cara ai suoi abitanti, e vanta alcune delle strade statali più affascinanti che mi sia capitato di affrontare in sella. E anche se il suo territorio è piuttosto carente di percorsi ciclabili dedicati al cicloturismo (fa eccezione la mountain bike: i sentieri per gli sportivi sono diffusissimi), la sua rete di provinciali montane è così poco trafficata da essere perfetta per immergersi nella quiete dei boschi in sella a una bici da turismo.

Quello qui proposto è un anello piuttosto impegnativo di 130 km, da affrontare in due o più giorni a seconda del grado di allenamento, sicuramente destinato agli amanti delle salite e dei tornanti. Il percorso è pressoché lo stesso che viene utilizzato per la Gran Fondo del Parco di Abruzzo, una gara ciclistica su strada con l’obiettivo della valorizzazione del territorio.

 

L’itinerario è innanzitutto scandito da tappe geografiche, le tre porte di accesso al Parco: parliamo di tre passi appenninici, Passo Godi (1606 m), Passo del Diavolo (1410 m) e Passo Olmo di Bobbi (1235 m). Questi tre fieri giudici custodiscono con le loro pendenze le vallate del Sangro e le Gole del Sagittario, quasi a sottolineare il fatto che la bellezza va guadagnata.

 

Ci sono poi varie tappe di natura culturale, gastronomica, artistica e naturalistica, che amano regalarsi al cicloturista a sorpresa, una per volta, come una caramella scartata lentamente. Ma andiamo con ordine.

Appena scesi alla minuscola e solitaria stazione ferroviaria di Cocullo, il primo benvenuto ce lo dà l’ossigeno: abituato com’è a respirare lo smog, il romano colonizzatore si è scordato che basta uscire dal raccordo per ritrovarsi in posti in cui la maggiore forma di inquinamento è la brace dei caminetti.

Il paesino di Cocullo è noto per un antico rito in onore di San Domenico Abbate, la festa dei serpari: il primo giovedì di maggio, infatti, gli abitanti del paese sfilano in una processione in cui la statua del Santo è cosparsa di serpenti catturati nei giorni precedenti. Si tratta di una tradizione antichissima, in cui il cristianesimo vela delle radici pagane che risalgono alle popolazioni dei Marsi.

Una violenta discesa ci porta quindi fino agli incredibili scenari di Anversa degli Abruzzi, dalla quale parte la spettacolare strada delle Gole del Sagittario: un canyon scavato con pazienza nei secoli dal fiume omonimo, con fenditure e tunnel surreali. La strada sembra conformarsi ai riti del luogo e diventare anch’essa un serpente, il traffico è quasi inesistente. I panorami sono tutti in diagonale, le acque del Sagittario sono di un blu intenso. La pendenza è appena percettibile, e sale gradualmente.

Arrivati a Villalago, ci ritroviamo sulla sinistra l’Eremo di San Domenico, dove il fiume si allarga in un suggestivo laghetto. Siamo molto vicini a Scanno, nei pressi dell’omonimo lago, dove un piacevole ma breve tratto di pista ciclabile ci accompagna lungo le sue sponde dalla caratteristica forma di cuore.

Giunti alle porte di Scanno, vale la pena fare una deviazione a sinistra per ammirare uno dei posti più suggestivi e inquietanti della zona, la città abbandonata di Frattura Vecchia: questa manciata di case bianche in pietra viva è quanto rimane del paese devastato dal terremoto del 1915, e al momento conta 19 abitanti.

La salita di 6 km e l’ultimo tratto di strada bianca sono i pedaggi che occorre pagare per guadagnarsi questa meta: ma il panorama surreale dei bovini al pascolo che ruminano tra le case diroccate e gli stazzi, con le forme spigolose delle torri che fanno da contrappunto a quelle più dolci dei monti tutto intorno, ripaga qualsiasi sforzo.

Torniamo indietro per la stessa (l’unica) strada verso Scanno e ci concediamo una sosta in questo borgo da cartolina, che tra gli altri ispirò anche un’affascinante sessione fotografica di Cartier-Bresson, che ritrae in bianco e nero gli abitanti del luogo nel loro abbigliamento tradizionale. Da qui in poi la strada torna a salire, prima gradualmente, poi in maniera implacabile, con i severi tornanti che conducono al primo valico, Passo Godi: nota stazione di impianti sciistici situata a poco più di 1600 m di quota, ama nascondersi in un’ampia conca ventosa protetta da boschi secolari e vallate silenziose. Col battito cardiaco ormai in coppia col ritmo di pedalata, non ci resta che riprendere fiato e coprirci in vista della lunga discesa verso la Valle del Sangro; ci aspettano infatti una decina di km di curve panoramiche dalle quali si fa largo all’improvviso lo squarcio azzurro del Lago di Barrea, una visione che può causare lacrime di commozione come di vento negli occhi. Con l’attraversamento della prima delle sue Porte, siamo ormai entrati nel Parco Nazionale d’Abruzzo, e in questa zona non è infrequente incontrare cervi, lupi, volpi e cinghiali, in un ambiente in cui l’antropizzazione è ancora regolamentata e marginale.

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A fine discesa, con le mani indolenzite dalla continua frenata facciamo il nostro ingresso panoramico a Villetta Barrea, grazioso paese sul lago formato artificialmente dall’ingrossamento del fiume Sangro.

In questa valle l’Abruzzo cela il suo lato più intimo e verace: ed è un lato che profuma di genziana, centerbe e arrosticini. Il paese dirimpettaio, Civitella Alfedena, vale decisamente la deviazione (guarda caso, anch’essa in salita: 2 km) per la sua affascinante conformazione, addossata com’è sul fianco della montagna, o per la sua area faunistica del lupo: nei suoi vicoli tra l’altro capita spesso di incontrare famiglie di cervi liberi, per nulla intimoriti dalla presenza umana.

Gli amanti del ciclismo sportivo inoltre saranno interessati alla cronoscalata che si svolge l’ultima settimana di agosto, e che collega i due paesi con un percorso in ripida salita, mentre quelli dell’escursionismo hanno solo l’imbarazzo della scelta tra i numerosissimi sentieri che si snodano nei monti circostanti, primo tra tutti la Camosciara.

Ma è ora tempo di risalire il corso del Sangro lungo la bella SS83 Marsicana, un esile nastro d’asfalto che si fa strada nella maestosità dei boschi: questo tratto è leggermente più trafficato, ma risulta comunque piacevolissimo grazie allo scroscio del fiume e all’ombroso falsopiano che ci porta fino a Opi: arroccata sulla sommità di un picco roccioso, fu utilizzata da Escher per alcuni suoi bozzetti, e vista dall’alto ha un’inquietante forma di bara, dato che anticamente la collina su cui sorgeva era luogo di sepoltura dei lebbrosi. Mentre Opi ci guarda dall’alto, al bivio giriamo a destra (l’altra strada conduce a un altro valico molto affascinante, quello di Forca d’Acero verso la Ciociaria e il Lazio) in direzione Pescasseroli, maggiore centro della Valle del Sangro. La strada per arrivarci è un ampio rettilineo a margine di una vallata occupata da bestiame al pascolo.

Il paese di Benedetto Croce ci accoglie con vivacità, pieno com’è di turisti sia d’estate che d’inverno, ma sa nascondere nel suo centro storico anche degli scorci folkloristici d’Abruzzo genuino. Siamo pronti così per affrontare il secondo valico dell’itinerario, quello di Passo del Diavolo (1400 m): fortunatamente arrivarci dai 1000 m di Pescasseroli è molto meno impegnativo che dal lato del Fucino, e questa salita è piuttosto graduale e accessibile. Al passo si trova il paese semiabbandonato di Gioia Vecchio, con la sua antica chiesa immersa nella quiete degli abeti; il tempo di un sorso d’acqua e ci ritroviamo di nuovo in assetto aerodinamico a perdere quota per i tornanti mozzafiato della SS83. La temperatura cambia in maniera tangibile man mano che scendiamo, l’immensa piana arida che ci ritroviamo sulla sinistra e che oggi è occupata da industrie e serre comincia a prendersi spazio nel panorama. Si tratta del Fucino, uno degli ultimi grandi interventi umani sul territorio italiano, e un tempo era un lago.

La tappa successiva ce la annuncia una vecchia fontana sul bordo sinistro della statale: il fascio littorio scolpito nel marmo è appena visibile, ma porta ancora con sé il suo marchio di vergogna storica: quella struttura anonima è la Fontamara, e poche centinaia di metri dopo appaiono le prime case di Pescina, paese di Ignazio Silone.

Nel suo centro storico incontriamo di nuovo il corso del Sangro, che avevamo perso all’altezza di Pescasseroli: come in un viaggio indietro nel tempo, qui il suo corso è più giovane e vivace, praticamente un torrente. Lo risaliamo come salmoni un altro po’, e la strada riprende a salire per la terza volta nel nostro viaggio: prima di poterci riposare ci attendono i 1235 m di Olmo di Bobbi, ultimo valico dell’itinerario. La sua salita panoramica è condivisa da cicloturisti e motociclisti, e il suo apice è demarcato da una lunga e umida galleria, superata la quale ci si schiude come un premio finale un’immensa distesa sovrastata in lontananza dal Gran Sasso. A questo punto, la vertiginosa discesa per pascoli battuti dal vento ci riporta alla stazione di Cocullo per il ritorno.