Il termine “Marmilla” suonerà inedito ai più:

potrebbe ricordare un’automobile spagnola, una qualche specie animale tropicale, un personaggio di un libro per bambini.

E invece si tratta di una subregione della Sardegna sud-occidentale.

Un luogo dove l’anima di Ichnusa non è stato scalfito dal Tempo o dalle insegne luminose del turismo di massa.

Alture costiere, boschi, siti nuragici e natura incontaminata:

il luogo ideale per organizzare un trail in mountain bike.

Per i profani, i trail sono eventi sia competitivi che non su percorsi quasi del tutto sterrati, evitando come la peste l’asfalto e la cosiddetta civiltà. Si tratta di gare di resistenza – contro altri partecipanti, contro il tempo o semplicemente contro sé stessi – in autonomia, in cui i pedalatori hanno totale libertà di fermarsi a riposare o proseguire giorno e notte,

con l’unico obbligo di seguire la traccia GPS fornita dall’organizzazione.

Tutto questo armati soltanto di un bagaglio minimale, tenda, sacco a pelo e pochi altri attrezzi.

Una sfida per animali da fango, ma anche un’opportunità di scoprire fino in fondo un territorio, di penetrarne l’anima. Da questi presupposti e in questi luoghi incontaminati nasce

il MyLand Bike Festival, una non-stop in MTB della quale abbiamo già parlato

qualche settimana prima dell’evento.

E dopo l’esperienza diretta dell’evento – che è stata totalizzante e intensa! – eccoci a raccontare cos’è successo in questi giorni di fine aprile, nei quali il sudore si è mischiato al vento. Un tempo mutevole e capriccioso ha infatti accompagnato questa terza edizione del MyLand. Ma gli agenti atmosferici sono fratelli dei mylander, e non ne intaccano la resistenza, né costituiscono una difficoltà.

La prima cosa che colpisce è il senso di condivisione e fratellanza

che pervade ogni partecipante.  Pur trattandosi di un trail almeno in parte competitivo, dove ci si aspetterebbe una certa rivalità, il clima generale è di collaborazione reciproca: nessuno guarda nessuno dall’alto in basso, e si è sempre pronti a darsi una mano, ben consci che quando si fa a meno delle comodità abituali ogni piccolo aiuto può fare la differenza. In un mondo a volte spietato come quello del ciclismo, quella dei trail costituisce un’oasi felice in cui la socialità e la natura si intrecciano per prevalere sulla competizione.

La seconda cosa che salta subito all’occhio è poi la straordinaria ospitalità sarda

e l’attenta organizzazione del festival: in un tipo di gara dove tradizionalmente chi fa da sé fa per tre, e la parola d’ordine è aiutati che Dio t’aiuta, il servizio di check point, accoglienza e informazioni dello staff è un punto di riferimento e di aggregazione notevole. La squadra dei mylander, da Amos a Giorgio, da Francesca a Rita, per giorni dell’evento e per le settimane precedenti si è preoccupata degli aspetti logistici, garantendo un servizio di trasporto bagagli da un check point all’altro, in modo da consentire agli atleti di pedalare con un minore peso addosso per poi ritrovare le proprie cose ai punti di sosta programmati.

Quanto ai percorsi, per l’edizione di quest’anno gli organizzatori si sono davvero divertiti:

single track, sterrati, discese tecniche e salite sassose.

Ogni chilometro ne valeva quindici. E i tre anelli da 120, 220 e 400 km vantavano rispettivamente 2500, 5000 e 10000 metri dislivello. Una bella sfida, specie considerato il fondo dei tracciati.

Il percorso “breve” se l’è aggiudicato Stefano Cadeddu, percorrendo i 120 km di tracciato in 6h58′. Questo primo anello ha visto come ostacoli principali il Monte Arci e la salita per l’Altopiano della Giara, mentre i principali punti di ritrovo e sosta sono stati i check point di Assolo e Baradili.

 

Più ostacoli – naturali e non, come cancelli e muri da scavalcare – per il percorso da 220 km, in cui il tempo migliore l’ha stabilito Emmanuel Cau (17h05′): qui i rilievi da affrontare erano tre. Oltre ai già citati Monte Arci e Giara, il giro compiva una lunga ansa sul Monte Grighine, e ha visto la concentrazione dei punti di sosta ai checkpoint di Asuni e Baradili. Su questo percorso ci siamo avventurati noi di Viagginbici, in sella a bici artigianali Aeko – purtroppo senza completarlo per motivi di salute!

Il percorso più duro e implacabile è stato però quello da 400 km.

Un continuo saliscendi che si estendeva fino al mare e a Oristano, per poi penetrare nell’interno dell’isola. Una maratona estenuante vinta da Maurizio Doro in 42h39′.

Ma non bisogna pensare al MyLand Bike Festival soltanto in termini di vincitori o di tempi migliori. C’è anche – i più, forse – che ha partecipato per completare il percorso coi suoi tempi, in una sfida con sé stesso,

ricevendo così l’attestato di finisher e la meritatissima qualifica di Mylander.

Di questi giorni, oltre all’esplosione di colori della primavera sarda rimangono volti e storie: quello di Enzo Fantini, trailer esperto e habitué di eventi di questo tipo, che pedala giorno e notte col sorriso e si ferma a raccogliere pietre lungo il percorso, e che di mestiere fa lo scultore e lo spazzacamino; quello di Daniele Modolo, atleta da Guinness che ha pedalato per 519 km nel ghiaccio siberiano, con punte minime di -66°; quelli delle donne del MyLand, Loredana Vinci, Simona Cerquetti, Valeria Giardino, Simona Meli, Donatella Grieco e Monica Angioni (unica donna della 400km), che si sono misurate con tenacia nei vari percorsi; quello comunque sorridente di Stefano Olla, che dopo aver rotto la forcella nei primi 30 km di tracciato è stato costretto ad abbandonare la gara per poi ritornare sull’Altopiano della Giara per conto proprio qualche giorno dopo; e quello dello spirito sportivo di Marco Sau e Francesco Strizoli, secondi ex aequo nella 400 km, che si sono conosciuti durante i giorni della manifestazione e hanno deciso di affrontare la gara insieme, dividendosi anche il posto sul podio alla faccia della competizione.

Ma ciò che più sorprende sono gli intenti di promozione turistica dietro all’organizzazione del MyLand:

così come ogni persona nata in un’isola come la Sardegna non può come che amare la sua terra d’un amore naturale e rispettoso, il turismo da promuovere con un evento non-stop MTB non può che essere un tipo di turismo sostenibile e responsabile. L’obiettivo di attrarre gente da fuori è secondario, o meglio diventa un veicolo per quello primario: arginare il fenomeno dello spopolamento di queste regioni e migliorare di riflesso  i servizi per i residenti, creando in tal modo un circolo virtuoso tra natura, residenti e presenze turistiche. Un circolo in movimento, proprio come la ruota di una bicicletta.