Quando rima con saetta o quando fa dlin dlin. Quando dà scandalo o racconta di “curve schiene striate mulinanti/nella pista” per dirla con le parole di Eugenio Montale (1896-1981) e ancora si racchiude in un haiku o ispira lo scivolare via dei pensieri, la bicicletta è poesia. Pedalare è un gesto poetico. Se ne sono accorte le penne dei poeti che già dalla metà del 1800 hanno cominciato a cantarla. Fino a tempi più recenti con versi dedicati alle imprese dei grandi campioni del ciclismo.


All’inizio non fu facile se per la scrittrice Matilde Serao (1856-1927) la bicicletta era “l’atroce macchina” e per il poeta Giosuè Carducci (1835-1907) i ciclisti erano degli “arrotini arrabbiati”. La bicicletta non piaceva al padre di Giacomo Leopardi, il conte Monaldo, che nel 1831 scriveva: “Camminavo sol pensoso/per solinghe prode amene/quando un mostro fragoroso la mia quiete alta turbò!”. Anche a quei tempi insomma … era colpa dei ciclisti sul marciapiede! Alfredo Oriani, invece, incitando nel 1897 alla composizione di un’ode dedicata alla bicicletta, ne anticipava l’importanza per la mobilità nuova: “Virgilio cantò il cavallo, Monti il pallone, Carducci il vapore, molti la nave, nessuno ancora la bicicletta; eppure né il cavallo, né il pallone né il vapore né la nave resero all’uomo più facile trasportarsi ovunque una qualche necessità lo richiami, lasciandolo più signore di se stesso”. Ecco allora Olindo Guerrini che con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti, nel 1901, regala dei versi che starebbero benissimo in una scena urbana contemporanea: “Giammai, scoccata da una man feroce/dall’arco teso non fuggì saetta/come al suo sentier corre veloce/la bicicletta”. Bella anche Pedalando, sempre sua: “ed io rimo per te queste parole/in bicicletta respirando il sole”.

Giovanni Pascoli, nel 1903, scrive: “La piccola lampada brilla/per mezzo all’oscura città./Più lenta la piccola squilla/dà un palpito, e va…/dlin… dlin…”. Se Dino Campana (1885-1932) cantava “Dall’alto giù per la china ripida/o corridore tu voli in ritmo/infaticabile. Bronzeo il tuo corpo dal turbine/tu vieni nocchiero del cuore insaziato”, Guido Gozzano (1883-1916) si soffermava sul “non so che d’alato volgente con le ruote”. Bellissimo il “pedale melodico” di Le Biciclette di Giorgio Caproni, scritto nel 1947 per le Olimpiadi della poesia di Londra e che si apre con: “La terra come dolcemente geme/ancora, se fra l’erba un delicato/suono di biciclette umide preme/quasi un’arpa al mattino!”. Sempre Caproni scrive, in Scandalo: “Per una bicicletta azzurra,/Livorno come sussurra!/Come s’unisce al brusio dei raggi, il mormorio!/Anima sbucata all’angolo/ha alimentato lo scandalo./Ma quando mai s’era vista/in giro una ciclista?”. Per gli amanti della bici scassona ci sono i versi di Luigi Compagnone (1915-1998) che in Bicigrammi racconta: “Ebbi una bicicletta da ragazzo/con una ruota bianca e l’altra nera, era una povera bici da strapazzo/ma volava d’inverno e primavera”. Per le rime dedicate al ciclismo contemporaneo c’è, ad esempio, la schiettezza di Gianni Rodari (1920-1980): “Filastrocca del gregario/corridore proletario,/che ai campioni di mestiere/deve far da cameriere,/e sul piatto, senza gloria,/serve loro la vittoria”. Fra chi oggi unisce bicicletta e poesia c’è Matteo Pelliti con i suoi Versi ciclabili (OXP): “Finisce sotto l’ombra/della ruota anteriore/il profilo della mia testa/che pensa meno e poi meno/ad ogni giro di pedale”. Gli Haiku in bicicletta (Note edizioni, con fotografie di Enrico Martino) sono di Pino Pace: “Gonfio le ruote,/olio gli ingranaggi,/son già partito”. E insomma, che si ascolti ancora e ancora “il suono dei bicicli” come scriveva sempre Giorgio Caproni.