Il confine tra consapevolezza ed incoscienza è spesso labile per chi pratica ciclismo. Andate ad esempio a dirlo a cinquemila circa che la terza settimana di giugno di ogni anno partecipano alla Granfondo Sportful, una tra le più dure granfondo di montagna che si disputano nel mondo; oppure chiedetelo a chi, a inizio luglio, si cimenta nella Maratona delle Dolomiti, che rispetto alla “Sportful” è meno lunga, ma che ha una concentrazione di salita incredibile, oltre 4.000 metri.

Niente Maratona dles Dolomites nel 2020. Ma questo non terrà certo lontani i ciclisti dalle strade di montagna ladine

Purtroppo nel 2020 questi grandi eventi sono stati tutti annullati e rinviati al 2021. Questo non impedirà certo a chi ama la salita e i grandi dislivelli di approfittare dell’estate per godersi in solitaria o in compagnia di amici opportunamente distanziati i Passi mitici che si inerpicano sulle Alpi o sulle Dolomiti, chissà, magari per andare a compiere quella che sarà la piccola grande impresa personale dell’anno. Appunto, quando in programma c’è un’avvincente pedalata su strade in quota bisogna considerare tantissime insidie in più rispetto agli abituali tracciati di allenamento: bisogna saperle affrontare, prevenire e soprattutto conoscere.

Aspettarsi l’inaspettato

Gli alpinisti lo sanno bene: il rischio maggiore della montagna è l’imprevedibilità. Ad alta quota le condizioni meteo cambiano in un batter d’occhio. Anche in piena estate si può passare nel giro di mezz’ora da una situazione di sereno ad un pauroso temporale. Succede in genere nel primo pomeriggio, quando le masse d’aria calda si scontrano con quelle più fredde situate in quota. Sulle cime più alte si addensano nubi nere che progressivamente si ingrossano scaricandosi poi sotto forma di pioggia, spesso violenta. Oltre all’acqua, il temporale determina un abbassamento della temperatura e trovarsi in bici non è affatto piacevole. Meglio evitare di pedalare nelle ore centrali della giornata, dunque. Se proprio non riusciste ad evitarlo, meglio individuare per tempo un riparo se si preannuncia un temporale. La raccomandazione sembra scontata, ma non lo è, visto che in bici si tende sempre a esorcizzare la pioggia proseguendo la pedalata anche dopo le prime gocce. Ma se continuare ad allenarsi sotto un acquazzone estivo in pianura può essere concesso, bagnarsi e poi essere costretti alla sosta in alta quota è quanto di più rischioso per la salute. Quando ci si ferma il corpo smette immediatamente di produrre calore. Il raffreddamento fisico è tanto più veloce quanto più la temperatura esterna è bassa. Se poi gli indumenti sono bagnati questo effetto è amplificato e può provocare conseguenze molto più serie di un semplice raffreddore.

Per evitare situazioni come questa è bene attrezzarsi con accessori di abbigliamento invernali quando si pedala un quota.

 

Il giusto abbigliamento da montagna

Anche in piena estate nel vestiario ciclistico di montagna non deve mai mancare nelle tasche un giacchetto impermeabile: no, non il semplice “spolverino”, ma un indumento che protegga davvero dall’acqua e anche dal vento. In commercio se ne trovano modelli in tessuto leggero e allo stesso tempo tecnico, ripiegabili nella tasca della maglia. Esistono anche giacche impermeabili smanicate, ma in montagna servono a poco, meglio quelle a manica lunga. Oltre al busto anche le mani e piedi sono importantissime da proteggere in quota: portare con sé un paio di guanti a dita lunghe può essere la salvezza se inizia a piovere e la temperatura scende di colpo. Col freddo o col bagnato, infatti, si verifica spesso una alterazione della sensibilità delle dita, che rende difficoltose le frenate e le cambiate. Nell’ordine di priorità degli accessori da portare per il ciclismo estivo in quota ci sono poi manicotti e gambali, anche con buone caratteristiche termiche, di quelli che a quote più basse si utilizzano nelle mezze stagioni. Una valida e “snella” alternativa ai gambali sono inoltre le ginocchiere, perché occupano meno spazio quando non le si utilizza. Infine i copriscarpe: sono consigliati soprattutto per chi patisce la bassa temperatura alle estremità. Un paio in tessuto impermeabile basterà a limitare l’esposizione all’umidità nel caso in cui si dovesse incappare in un temporale.

I manicotti da portare in montagna devono avere buone capacità termiche. Quelli leggeri non bastano.

Dove mettere tutti questi accessori? Le moderne borse a telaio da bikepacking saranno sufficienti per stipare tutti gli accessori di abbigliamento necessari per le pedalate in quota, lasciando invece alla classica borsa sottosella l’alloggiamento del kit di riparazione e degli utensili meccanici.

Le borse da bikepacking da telaio sono le migliori per sfruttare capienza e non incidere nello stile di pedalata.

 

Crema protettiva: sempre

Sopra i duemila metri l’effetto dei raggi solari è fino a dieci volte maggiore di quello che si ha al livello del mare, ma se quel sole lo si prende pedalando e un piacevole vento fresco ci sfiora la pelle ci si può benissimo non accorgere di quanto male possa fare alla pelle l’esposizione diretta alla luce. Una crema solare ad alta protezione contro le scottature è per questo un accessorio altrettanto importante, da spalmare prima di tutto sulle braccia, poi sulle gambe e anche sulla parte posteriore del collo.

Le tante insidie del vento

Se incappare in un temporale è circostanza probabile, avere a che fare con il vento in montagna è situazione praticamente inevitabile. Ad alta quota le correnti d’aria spirano spesso con notevole intensità complicando parecchio la marcia. In discesa violente e improvvise folate laterali possono modificare la traiettoria di marcia: per evitare il rischio servirà equilibrare adeguatamente il peso del corpo sulla bici ed assumere una posizione “plastica”, mai troppo rigida o contratta. Se il vento colpisce in curva, invece, è sbagliato tenere la classica posizione arretrata, abituale nelle curve che si “pennellano” in condizioni normali. Ma il vento forte può essere pericoloso anche in salita: lo è al punto da falsificare l’oggettiva percezione della pendenza, “spianando” la salita se è a favore, rendendola oltremodo dura se è contrario. Questo genera un certo stress a livello mentale, perché condiziona l’andatura e obbliga a spezzare continuamente il ritmo. Sarà allora il corretto uso del cambio ad aiutarci, adeguando l’intensità applicata ai pedali ora a questa, ora a quella direzione della corrente. In montagna le insidie del vento possono essere ancor più fastidiose quando ci si imbatte nelle improvvise folate laterali: frequentissime ad alta quota, in casi estremi possono causare seri problemi di equilibrio al ciclista. Per fronteggiarle servirà essere reattivi e allo stesso tempo sensibili in sella, senza irrigidirsi troppo evitando posizioni contratte. E se si pedala in gruppo attenzione a prendere le debite distanze l’uno dall’altro, anche più di quel che dettano le norme di distanziamento sociale…

Un pericolo nel fondo stradale

A differenza dell’asfalto liscio e compatto tipico delle strade di pianura, il bitume delle vie di montagna ha spesso una fattezza grossa e granulosa, progettata per preservare il manto dalle gelate invernali e anche per garantire maggiore grip agli pneumatici (chiodati) degli autoveicoli che transitano nella stagione fredda. L’impronta del copertone di una bici da corsa ha evidentemente un effetto diverso su una superficie del genere. È per questo che per un discorso di comfort è consigliabile montare coperture a sezione maggiorata, almeno da 28 mm, con una carcassa morbida che sappia adattarsi al meglio alle condizioni “severe” come quelle degli asfalti di montagna.

A parte quello perfetto delle Dolomiti, l’asfalto delle strade di montagna è spesso dissestato, con crepe o avvallamenti.

Altura e allenamento, benefici solo se….

La rarefazione dell’ossigeno ad alta quota è percepita dal corpo quanto più l’impegno richiesto in quel momento aumenta: questo è il motivo per cui, se non si è abituati all’altezza e se si svolge un’attività sportiva di resistenza come è il ciclismo, i problemi iniziano a sorgere già quando si superano i 1.800/2.000 metri: in queste condizioni le gambe si iniziano a percepire “legnose”, si sente il fiato più corto, gli atti respiratori si fanno più frequenti e in certi casi si può anche percepire un leggero mal di testa. E se credete che pedalare in montagna ossigeni di più i muscoli e aumenti la condizione di forma sbagliate di grosso: il beneficio prestazionale che il fisico ottiene allenandosi in quota necessita di una permanenza in altura di almeno tre settimane, suddivise tra una prima fase (4-5 giorni) di acclimatamento, una seconda di allenamento vero e proprio (14 giorni) e poi una fase di scarico (3-4 giorni). Insomma, se siete ciclisti occasionali e credete che la vostra breve vacanza in montagna possa rendervi dei campioni siete decisamente sulla strada sbagliata: ciò che occorre fare nelle salite in quota è solo una, ridurre le velocità.