L’incertezza che domina i nostri tempi di pandemia non risparmia certo lo sport, e il ciclismo in particolare. Più che quello professionistico è il ciclismo della larga base dei praticanti, quello amatoriale, che più direttamente interessa e coinvolge tanti.

Qui da noi in Italia l’immediato post quarantena ci ha fatto scoprire ancor più un popolo di pedalatori, amanti delle due ruote, in quanto disciplina sportiva più adatta per salvaguardare la salute ed evitare il rischio del contagio. Si è visto per strada un nuovo esercito di praticanti, vi fanno parte i tanti che hanno recuperato la vecchia bici dimenticata in cantina e chi invece la bici l’ha comperata nuova “di pacca”, allettato da un bonus governativo che a dire il vero ancora è pura formalità, ancora non è attuativo.

In coda per prendere il road book, a debita distanza l’un l’altro – FOTO MARCO GRAZIANI

Ma tant’è, questa nuova massa di neofiti delle due ruote si aggiunge allo “zoccolo duro”, alla fetta altrettanto cospicua che nel nostro Paese è rappresentata dai ciclisti amatoriali, quelli che annualmente partecipano a grandi eventi amatoriali di massa che si chiamano Nove Colli o Maratona delle Dolomiti, Granfondo Gimondi o Hero, solo per citare gli eventi più famosi e partecipati, sia della strada, sia della mtb. Parliamo del mondo delle granfondo e delle manifestazioni organizzate, è chiaro, quello che da noi in Italia è radicatissimo, quello che coinvolge centinaia di migliaia di praticanti “regolari”, la maggior parte dei quali tesserati. Sì, perché piaccia o meno, quello delle granfondo agonistiche è un mondo che genera un indotto economico non indifferente, che da anni costituisce l’espressione economicamente più importante del movimento cicloamatoriale e che a ben vedere è stato con successo esportato anche all’estero, dove il movimento ciclistico di massa ha sempre avuto una connotazione meno organizzata, meno “corsaiola” e più “rilassata”.

Ciclisti con la mascherina, sì, ma solo prima della partenza – FOTO MARCO GRAZIANI

L’evento “zero”: un raid in Abruzzo

Bene, proprio il mondo delle granfondo in Italia è “congelato”, praticamente tutte le manifestazioni cicloamatoriali di massa sono state annullate per il 2020 e rimandate a un 2021 dove tra l’altro ancora nessuno ancora ha capito in che forma e in che modalità queste potranno essere rimesse in pista.

Scenari mozzafiato quelli del “Giro della Granfondo nel Parco” – FOTO MARCO GRAZIANI

Il mondo “post coronavirus” non sarà più uguale a quello che conoscevamo prima, si dice ormai da mesi. Probabilmente questo è vero, e nel suo piccolo riguarda anche la pratica sportiva in genere e quella del ciclismo amatoriale in particolare. Nel frattempo i più attivi e tenaci tra gli organizzatori di granfondo stanno già pensando a formule alternative, formule organizzative che risolvano i limiti imposti dalle norme di distanziamento sociale, prima di tutto abolendo l’elemento agonistico, ovvero proprio quello che più cozza con le normative sanitarie. Nel cuore del Parco Nazionale d’Abbruzzo, Lazio e Molise, ad esempio, l’ultima domenica dello scorso giugno gli organizzatori di quella che per quattro anni è stata la “Granfondo nel Parco Sarto” hanno messo in piedi un evento pienamente cicloturistico, con regole di partecipazione perfettamente in linea con le normative sociali vigenti: partenza “alla francese” da Villetta Barrea (AQ), con in tasca un road book sul quale ti venivano apposti i timbri sul percorso, andatura libera, rigorosamente non agonistica e rigorosamente distanziati l’uno dall’altro.

Pronti, via! Ma “alla francese” e in modo rigorosamente scaglionato – FOTO MARCO GRAZIANI

Il tutto per pedalare per poco più di cento chilometri su di un percorso che ha piena dignità piena per essere scenario di una giornata in sella unica, indimenticabile, in questo caso le zone splendide del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.

La partecipazione, del tutto gratuita, era vincolata alla sottoscrizione di un’autodichiarazione

Le foto che corredano questo servizio si riferiscono proprio a questo evento e come l’hanno definita gli organizzatori, si è trattato di un “raid, organizzato sotto l’egida della Federazione Ciclistica Italiana, ma svolto sotto l’esclusiva responsabilità dei partecipanti”.

Niente chip, ma un semplice road-book da timbrare per dimostrare la partecipazione

Complice il percorso, e complice anche l’assenza totale di una tassa di iscrizione, per gli organizzatori i quasi quattrocento presentati al via sono stati di sicuro un successo al di sopra di ogni aspettativa, tanto che sono stati costretti a chiudere le preiscrizioni due giorni prima dell’evento.

La nuova via del granfondismo?

Sappiamo già che l’esperienza del “Giro nel Parco” sarà replicata in altri eventi che si vanno delineando in questo atipico 2020 e stanno a poco a poco definendo un formato che tanti già definiscono la “nuova via al granfondismo”, la soluzione definitiva per vivere nel modo giusto il ciclismo amatoriale, per accantonare una volta per tutte gli eccessi e le esasperazioni dell’agonismo che un po’ troppo hanno caratterizzato le granfondo nella loro peculiare espressione italiana.

A sgambettare tranquillo anche il Presidente dell’Osservatorio sulla Bike Economy Gianluca Santilli – FOTO MARCO GRAZIANI

Aggiungiamo tra l’altro che questo formato soft di evento amatoriale che mette da parte l’agonismo è di certo la migliore strada per avvicinare alle manifestazioni organizzate una nuova, ingente fetta di praticanti, magari proprio i tanti che della velocità delle granfondo “classiche” hanno paura, magari proprio i tanti che hanno scoperto (o riscoperto) la bicicletta nella fase del postlockdown.

La pandemia vieta di allestire i ristori, ma non i controlli per un timbro

 

Le granfondo risorsa economica

Tutto questo, però, non deve portare a demonizzare le granfondo nella loro accezione classica: schierarsi al via di una granfondo “tradizionale” non significa necessariamente inseguire i primi o il cronometro. Non solo: ricordiamoci che proprio in Italia questo formato ha prodotto e significato negli anni una importante risorsa economica, generata prima di tutto dai partecipanti, poi dagli accompagnatori che li seguono nelle trasferte, e soprattutto dai tanti sponsor che questo formato lo hanno sostenuto, lo hanno spinto e lo hanno alimentato.

Sbagliato demonizzare l’agonismo, ma se corri paesaggi del genere non te li potrai mai godere – FOTO MARCO GRAZIANI

Senza dimenticare, infine, che tra le nuove possibili vie del grandfondismo ci sono mille possibilità intermedie, prima tra tutte quella che piace sempre di più, che stempera l’agonismo abolendo la classifica finale e inserendo solo salite cronometrate all’interno del percorso.

Simone e Nico, organizzatori del “Giro nel Parco”. Ai tempi del Covid hanno traghettato la Granfondo verso il cicloturismo. E difficilmente torneranno al vecchio formato nel 2021 – FOTO MARCO GRAZIANI

Più forti e numerosi di prima

Tant’è, l’augurio per il 2021, e in genere per un futuro che tutti ci auguriamo arrivi al più presto ad essere “normale”, è che il ciclismo amatoriale possa ritornare più ricco, più eterogeneo e più vario di come era prima della pandemia, prima di tutto lasciando spazio a formule nuove che possano attirare pubblici nuovi, che fino a quel momento mai avevano messo il piede in un evento ciclistico organizzato.

Eventi cicloturistici al 100% possono intercettare pubblici che le granfondo “classiche” le scansavano per paura

Se poi il mondo delle granfondo come le abbiamo conosciute fino a ieri continuerà ad essere tale e quale sarà sicuramente un bene e sarà sicuramente meglio, perché questo significherà ancora una risorsa economica per il mondo del pedale, e soprattutto significherà che saremo davvero usciti dall’emergenza sanitaria.